martedì 11 febbraio 2020

Disegniamo a fatica i nostri ricordi, alternando l’impiego di matite colorate e gomme deformabili; li abbozziamo sopra fogli di carta bianca spesso inumiditi dalle emozioni, come fossero monumenti astratti che raccontano quello che custodiamo gelosamente nei cofanetti dei pensieri che li rievocano.
Nelle estati degli anni ‘80 quei graffiti avevano la forma di un treno bianco che viaggiava verso Lourdes.
Era trainato dall'entusiasmo dei volontari dell’A.M.A.S.I. di Salerno, un’Associazione 
Mariana che alimentava la motrice di quel serpentone di vetri e lamiere con sorrisi e speranze regalate a chi le occupava.
Noi partivamo da Potenza con una delegazione coordinata da zia Tata, la Mariele Ventre del nostro oratorio: mi chiamava “soldo di cacio” ed era lei ad organizzare l’aggregazione a Salerno insieme ai cugini campani.
Panzerotto, Zolletta, Spina, Mezzochilo, Felpa: eravamo tutti adolescenti desiderosi di fare del bene; partivamo carichi dell’arrogante presunzione di dover dare, ma tornavamo puntualmente schiaffeggiati dall'umiltà di chi invece ci aveva donato tanto.
I ritorni cadenzati a Lourdes equivalevano a un toccasana per le anime credenti e non credenti che viaggiavano dentro quelle carrozze, una sosta a tempo determinato per rifornire il serbatoio in riserva di un anno vissuto ad aspettarli.
Quel treno era un aereo sprovvisto di ali grazie al quale toccavamo il cielo senza mai accorgerci di avere decollato; riatterrare sbriciolava i pensieri che abbandonavamo in quota, eppure tutti riuscivamo a ricomporli una volta planati sui binari dell’ordinarietà.
In quegli stessi anni capitava di trascorrere coi miei cugini qualche settimana di vacanza a Roccanova, un paesino dell’entroterra lucano a forma di presepe dentro cui le statuine rimangono sempre immobili a godersi la quiete del tempo che trascorre troppo lentamente; tra i giochi più interessanti che ci capitava di fare insieme, c’era quello pericoloso delle gare in discesa sulla rampa cementata che incorniciava il perimetro della vecchia casa di zia Adriana.
Ci lanciavamo seduti sopra piccole carrozze di legno a forma di fuoriserie costruite dai “vecchi” con scarti di pedane malandate e cuscinetti di recupero riciclati che ricordavano gli stessi vagoni stracolmi di aspettative con cui volavo a Lourdes insieme ai miei compagni.
Eravamo un po’ temerari e un po’ pellegrini, completamente persi dentro il trofeo dell’imprudenza di chi non era ancora in grado di riconoscere un pericolo.
Tagliavamo il traguardo quasi sempre tutti insieme, davanti alla piscina abbandonata che ci aspettava a valle e, alla mia Ferrari, puntualmente, l’impianto frenante non funzionava mai.
#unanottealcentralino





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