domenica 4 aprile 2021

Ho sempre pensato che sarebbe stato  più giusto immaginare un albero per ricordare la Pasqua e un uovo per ricordare il Natale, ma noi uomini siamo sempre stati impeccabili nel raccontarci le cose al contrario.
L'uovo è concepimento, attesa e rinascita, vita nuova ricercata e voluta fortemente, famiglia, dono e speranza.
Abbiamo addolcito alla grande ogni nostro uovo di cioccolato, e dentro ci abbiamo nascosto tante stelle comete che non vediamo l'ora di donare al mondo.
L'albero è resurrezione, inizio di primavera, frutto fresco che rinasce grazie al sole che illumina ogni sua foglia e all'acqua che bagna ogni sua radice.
I sepolcri chiusi si riaprono per l'arrivo della stagione più colorata e tutto ritorna a vivere dopo un letargo forzato dalla sofferenza.
La natura pasquale canta e danza sempre di domenica, anticipando un lunedì chiamato "dell'angelo", che non è lo stesso custode della grotta di Betlemme.
La Pasqua anche quest'anno è arrivata, al di là di ogni simbolismo e priva di ogni triste ricordo.
Ci invita a immaginare un futuro fatto di vita e non di morte, di gioia e non di sofferenza, di resurrezione e non più di un sepolcro chiuso.
Sia per tutti un giorno di pace, di sorrisi e di parole dolci.
Ogni uomo trovi dentro l'uovo la sorpresa che desidera da tempo, gioendo per la felicità degli altri e provando per una volta tanto a non macchiarsi d'invidia.
Ognuno riconosca dentro il suo cuore un nuovo bambino da far nascere, crescere e amare alla follia, un bambino nascosto tra la dolcezza del cioccolato di una famiglia speciale e la serenità di un mondo che lo sta aspettando con l'entusiasmo che appartiene proprio ai più piccoli.
Siamo tutti un po' uova di Natale e alberi di Pasqua.
Che sotto quest'albero così speciale possano arrivare quante più belle sorprese possibili, più di ogni altra passata primavera.
Adesso sì che possiamo dirlo: l'uomo giusto è risorto, è vivo per chi crede e per chi non crede.
Tra mille simboli reali e non, sta a noi riuscire a guardare oltre.
Auguroni a tutti!



meraklidikos@gmail.com




giovedì 11 febbraio 2021

La vita non smette mai di stupirci.
La sera affrontiamo gli imprevisti che rallentano la nostra corsa, ma giuriamo sempre di risvegliarci diversi il giorno dopo.
Consumiamo le notti a ritmo della  tachicardia che le avvolgono e al mattino asciughiamo un sudore diverso rispetto a quello che bagna i nostri corpi quando sono illuminati dal sole.
Stupore mescolato allo stupore.
Nell'immediato dopoguerra di ogni combattimento, ci autoconvinciamo di aver capito cos'è veramente importante e cosa non lo è, certi che quando ci ritroveremo nuovamente in trincea per difenderci dal giudizio del nemico, saremo più bravi a colpire e affondare l'obiettivo quando decideremo di sparare. Che grande soddisfazione, vero?
Ci proclamiamo esperti inventori delle soluzioni più corrette, saggi del sapere e dotti nell'insegnare, paladini dell'essere e inconsapevoli schiavi dell'avere.
Tutti decorati dell'esperienza maturata negli anni, vestiti da corazze ricolme di medaglie che abbiamo ricevuto in omaggio dalla sorte e armati di una saccenza e una supponenza che potevano essere ospitate solo nel bed and breakfast dall'ignoranza che riesce sempre a farla da padrona.
Quanta pace dei cuori e delle anime ci sarebbe nel mondo se ognuno sostituisse il proprio colpo in canna con una bandiera bianca, lasciando credere all'avversario di essersi arreso alla sua presunzione, decidendo così di rinunciare a parate premiali e podi col medagliere.
Eppure in tempi come questi ognuno dovrebbe aver capito che non vale proprio la pena rischiare di ammalarsi per poi non riuscire a curarsi mai più.
Lo stupore mescolato allo stupore, un cocktail di emozioni condite da quel bisogno di serenità che ognuno dovrebbe fare suo.
Sorridere davanti all'odio e perdonare ogni torto, aspettando il mattino che tutto asciuga e tutto rende nuovo.
Guardare oltre le montagne, oltre tutte quelle cime innevate che sembrano sempre irraggiungibili.
Guardare oltre il confine del mare, oltre ogni linea sottile confusa con l'azzurro del cielo, dove ogni rumore si trasforna in silenzio e tutto è più vicino all'eterno.
Vivere il freddo per sperare nel caldo, facendo nostro ogni trapasso esistenziale che questo difficile sbalzo di temperatura comporta.
La vita non ha mai smesso di stupirci, ma forse non siamo più in grado di accorgercene. 




meraklidikos@gmail.com

sabato 23 gennaio 2021

È difficile definire mio padre.
Non è un carrozziere e neanche un meccanico, non è un muratore ma neppure un carpentiere.
Mio padre non è un idraulico ma non è neanche un elettricista, non può essere considerato un giardiniere, figuriamoci un tappezziere.
Mio padre è impossibile da etichettare con una sola attitudine, perché di semplice non ha proprio nulla in quanto ognuno di questi mestieri appartiene alla sua rara manualità.
Coltiva con minuziosa precisione ogni cosa e le sfide non lo hanno mai spaventano ma piuttosto sempre invogliato a salire sul podio più alto.
Un podio che comunque non occuperebbe mai a causa della sua timidezza ed infinita umiltà.
È un uomo complicato nella mente e da qualche anno anche nel corpo purtroppo.
Non ride mai.
Si sveglia ogni mattina alle 05:00 in punto, porta il caffè a mia madre costringendola ad aprire gli occhi e dopo essersi fatto la barba ascoltando due preghiere trasmesse da Radio Maria, scende in garage a trafficare per vincere qualche nuova scommessa.
Alle 12:00 torna di nuovo su, si prende le puntuali urla di rimprovero della stessa donna che ha svegliato alle 05:00 e dopo aver mangiato un piatto caldo, va a farsi una pennichella fino alle 16:00 in punto.
Alle 16:02, da circa 50 anni, a casa mia si sente scorrere l'acqua del rubinetto del bagno, acqua che riempie le mani callose di mio padre prima che finisca dispersa sul suo volto dormiente che cerca ancora di risvegliarsi.
Caffè con la moka già stracolma di zucchero, thermos pronto per conservare l'avanzo di una mezza tazzina fatale per i diabetici e via, di nuovo in garage a concludere la giornata.
La sua ritirata si aggira intorno alle 18:30, seguita dalle solite urla serali della mamma che anticipano la cena da lei preparata nel pomeriggio.
Arriva l'ora del divano.
Seduto sempre allo stesso posto, diritto davanti alla televisione e con le gambe stese sulla sedia, rimane sveglio solo per il tempo necessario a guardare il telegiornale, Striscia la notizia e i primi 10 minuti di un film in prima serata.
Poi arriva Morfeo e ci pensa lui ad avvolgerlo nella coperta che mamma gli ha lasciato alle 20:30 spaccate sulle gambe.
Lei si è fatta coccolare dal sonno già da tempo, dopo essersi cosparsa le mani di Leocrema e aver dato un'occhiata alla rivista Confidenze.
È difficile definire mio padre, oggi più delle altre volte.
Da diverse settimane le miserie che trova ogni mattina nel suo garage, sono lamiere arrugginite e plastiche malmesse di un motorino che sta restaurando per me, un vecchio Gilera CBA del 1980.
Voi non potete immaginare il miracolo che è riuscito a fare con questo ciclomotore.
Ogni tappa del restauro ha raccontato le nostre vite, la mia e la sua, così poco distanti ma così tanto vicine.
Io la mente, lui le mani.
Tutti i giorni, come mai era successo prima.
La consegna e il ritiro, la perizia e lo smontaggio, il preventivo e la consulenza del suo fedele compagno di viaggio Vittorio.
La pianificazione delle priorità, la lista della spesa e il nullaosta di donna Jolanda.
Tutto è pronto: si parte.
Oggi le cromature luccicano e le plastiche illuminano, il rosso taroccato é diventato turchese originale e le luci fioche di un faro ammuffito si sono trasformate in abbaglianti per gli occhi di chi è un grado di apprezzarle.
Il carburatore revisionato dalle sue mani regola ogni emozione persa nelle nostre vite, ma pur sempre ricercate.
La candela riaccende ogni speranza di potere riabbracciarci presto e la marmitta scalda dentro prima e sputa fuori dopo tutti i rimorsi che per troppo tempo si sono catalizzati al suo interno.
Ogni restauro racconta la metafora perfetta di tutte le vite; la ruggine corrosiva diventa argento vivo, il trasparente grezzo si trasforma in colore naturale e l'abbandono egoistico muta in libertà da vivere.
In fin dei conti, pensandoci meglio, non è poi così difficile definire mio padre.
È un regista, un gran regista, perché solo uno come lui poteva essere in grado di scrivere, recitare e girare un kolossal così bello.
Papà, questa volta hai vinto un Oscar, sei riuscito a raccontare la tua grandezza come non eri mai riuscito a fare prima, e lo hai fatto col tuo silenzio e nel tuo mondo, con i ferri in mano e le tue mani tremanti.
Fai il pieno di benzina al 2%, pedala per qualche giro e metti in moto la tua soddisfazione.
Sali in sella e goditi un memorabile primo viaggio.
Accelera più che puoi e sorridi.
Domani mattina lascia che mamma dorma qualche minuto in più.
Non accendere la radio ma continua a sognare con gli occhi chiusi e sereni.
Quando ti risveglierai troverai un sacco di gente a batterti le mani e a complimentarsi per l'ennesimo miracolo.
Questa volta l'hai fatta davvero grossa perché sei riuscito a raccontare un dono, un regalo, un pezzo stupendo che, tanto per cambiare, hai reso veramente unico.
Grazie papà. 




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