venerdì 31 gennaio 2020

Coronavirus: dopo i primi due casi accertati ufficialmente a Roma, il Consiglio dei Ministri ha decretato lo stato di emergenza in Italia.
"Si tratta di due turisti cinesi che sono venuti nel nostro Paese a gennaio", ha detto il Presidente del Consiglio, sottolineando come "non ci sia motivo di panico e allarme sociale".
A suo dire, infatti, sono state già adottate tutte le rigorose misure di prevenzione per assicurare la doverosa protezione a tutti i cittadini".
Il governo sta investendo con un elevato dispendio di energie per prevenire ogni ulteriore contagio.
Allora siamo tranquilli: posso andare a cenare al cinese stasera prima che sia troppo tardi.
Intanto ieri l'OMS ha decretato l'emergenza mondiale.
Spero di riuscire a fumare almeno un toscanello.






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Ci sono corpi che non amano la gloria, preferendo una panchina calda al terreno fangoso, eppure si ritrovano in mezzo al campo con il nr. 10 e la fascia da capitano.
Ci sono teste capaci di cogliere ogni insegnamento senza spiegazioni, menti in grado di capire facendo sempre finta di essere distratti.
Ci sono cuori che battono per animi rari, apparentemente superficiali ma in realtà colmi di sana curiosità, sempre attenti a rimettersi in discussione e perennemente pronti a rispettare le regole d'ingaggio.
Ci sono padri che abbraccerebbero i propri figli ogni giorno, provando a rallentare gli anni che passano trasformando quel gesto così naturale in un un atteggiamento imbarazzante.
Ci sono figli che vorrebbero confidare più spesso ai propri padri il loro amore, felici che quegli abbracci da loro ricevuti, possano non finire mai.
Ci sono padri e ci sono figli: poi ci siamo noi.




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Greco e Latino al Classico: il Ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina ha annunciato ieri le materie della prova scritta alla Maturità del 2020; per farlo ha utilizzato il profilo Instagram del suo Ministero.
Anche quest'anno, come nel 2019, la seconda prova sarà multidisciplinare, fatta eccezione per i corsi di studio che hanno una sola disciplina caratterizzante. 
Il colloquio sarà pluridisciplinare.
Ciascuna commissione predisporrà i materiali di partenza da sottoporre agli studenti: potranno essere un testo, un documento, un'esperienza, un progetto, un problema.
Il lavoro dei commissari si baserà su quanto studiato dai maturandi nel loro percorso: farà fede il documento predisposto dai docenti.
Niente sorteggio fra le buste, dunque.
Al momento dell'inizio della prova, la commissione sottoporrà uno spunto al candidato che rappresenterà un momento di avvio del colloquio.
Dopo aver letto quanto pubblicato, ho pensato agli inizi, alla grande convinzione della tua scelta, agli insegnanti che si sono susseguiti, ai tuoi compagni, ai tuoi libri, ai tuoi abbonamenti.
Le tue notti insonni trascorse a studiare e le tue ritirate mattutine per i diciottesimi che non finivano mai. 
Per cinque anni ci siamo messi tutti all'opera per arrivare qui, a questo esame che esame non è.
Una prova, forse la più importante della vita accademica di uno studente, per emozione innaturale e adrenalina naturale, preoccupazione fisiologica e  desiderio di libertà, orgoglio personale e autostima da far propria.
Ci sei, sei a bordo, cresciuto e ben ancorato.
Goditi lo spettacolo e non sentirti più piccolo di quello che sei perché tra poco la vita dovrai guidarla da solo.
Kalí týchi in greco...
Benediximus in latino...
In bocca al lupo in italiano...
Insomma Samuel: che tutto "viva"!




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giovedì 30 gennaio 2020

Quando un collega si toglie la vita, senza saperlo la toglie a tutti.
Ricevere un messaggio o rispondere a una telefonata che ne danno la devastante notizia, diventa sempre un suicidio di massa, dentro cui tutti noi uomini in divisa ci domandiamo perché è accaduto ancora una volta.
Io credo che le verità nascoste dentro questo bollettino di guerra, le conosciamo eccome, ma non è sempre facile parlarne quando qualcuno ci tappa la bocca.
Pensate che qualche luminare della prevenzione ha addirittura messo in piedi un osservatorio per monitorare gli allarmanti numeri che coinvolgono il fenomeno.
Si chiama ONSFO, uno strumento che "ai soli fini di ricerca, raccoglie tutte le informazioni raggiungibili dei singoli eventi suicidari nelle Forze dell'Ordine".
Peccato che le eventuali autorizzazioni di divulgazione, utilizzo o informazione riguardo ai dati sui suicidi, possono essere richieste al loro centro analisi, attraverso l’invio di una domanda all'indirizzo e-mail segreteria@cerchioblu.org che, udite udite, saranno valutate dal ricevente.
Qualsiasi azione supplementare successiva o altra azione intrapresa da terzi senza la loro autorizzazione scritta riguardo i dati dell'osservatorio sarà svincolata da qualsiasi responsabilità dell' "Associazione Cerchio Blu" e dei suoi analisti.
Torniamo al punto di partenza.
A partire da Gennaio del 2019, i suicidi registrati all'interno delle forze dell'ordine, sono stati 69; ieri sera a Torino, nei bagni della Questura, anche Peppino ha deciso di puntarsi la pistola in bocca e farla finita.
Brutale e impattante? Mi spiace, ma è così che bisogna raccontare una tragedia, con i colori scuri e freddi che la contornano.
Un'arma puntata dentro una bocca, sopra un cuore o appoggiata alla tempia.
Un grilletto e via, tutto diventa statistica e dispiacere bagnato da sangue e corpi martoriati nel fisico e offesi nell'animo.
Io lo chiamo il silenzio del non coraggio, ovvero il precludere la possibilità di chiedere aiuto per paura di essere giudicato.
Non potersi permettere di vivere un periodo emotivamente difficile, una situazione esistenziale particolare, una condizione sociale disastrata, un mobbing familiare. 
Spesso queste tragedie sono addirittura frutto delle conseguenze di una notizia legata alla salute, di una delusione amorosa o di una separazione che quasi sempre lascia affogare i protagonisti meno tutelati in una condizione economica umiliante.
Sentire addosso la stanchezza di turni sfiancanti e logoranti, senza avere alcuna chance di recupero autorizzato.
La strada sfianca: che vi piaccia oppure no, fare il poliziotto non è come lavorare in catena di montaggio, ma sembra che quando ci permettiamo di dirlo, tutto il mondo ci viene contro.
- Ma che cazzo vi lamentate?
- Siete statali e a fine mese lo stipendio vi arriva sempre e comunque!
- Non fate un cazzo eppure vi pagano.
Leggete bene i numeri che racconta il web: ogni cinque anni avvengono all'incirca 300 suicidi nel comparto della sicurezza, e questo fenomeno è esponenzialmente triplicato.
Stiamo combattendo una guerra senza accorgercene, dove ad uccidere non è sempre chi spara.
Senza se e senza ma: è il caso di intervenire, oggi e non domani, per salvare i tanti colleghi seduti in qualche angolo del nostro Paese che hanno già messo il colpo in canna.
Si investa in prevenzione saggia, in colloquio trasparente, in libertà di espressione.
Vogliamo sentirci liberi di urlare che non siamo più ciò che eravamo all'inizio, quei Robocop indistruttibili senza timori di sorta.
Vogliamo premere un grilletto diverso da quello della nostra pistola d'ordinanza, un grilletto in plastica impugnato con un megafono assordante che amplifichi le difficoltà stravolgenti del nostro equilibrio.
Vogliamo gridare che siamo stanchi di dover vivere sempre a contatto con la croce senza mai godere della testa.
Qualcuno aiuti chi non ce la fa perché non siamo tutti bravi a riconoscere un pericolo inconscio.
Essere in possesso di un'arma è una grossa aggravante; non servono il coraggio di arrivare in cima a un condomino o l'irrazionalità di legare un cappio a un palo.
Con una Beretta in mano basta un secondo e tutto è...orrore!
Facile ritirare la pistola, le manette e il tesserino a chi trova il coraggio di riconoscersi debole; molto più difficile è lasciargli tutto ed intraprendere insieme a lui un percorso che porti alla resurrezione e non a morte certa.
Ieri sera un Questore a me caro, nel bel mezzo di un sano confronto telefonico a seguito della notizia di Peppino, mi ha salutato così:
"Ritengo sia un malessere socialmente diffuso.
Avere un’arma a disposizione può incoraggiare; è un fenomeno trasversale che riguarda individui che operano in diverse realtà lavorative e geografiche.
Avremmo bisogno di psicologi nelle Questure che possano intervenire senza ghettizzare il personale che potrebbe esternare il proprio malessere, senza timore di essere confinato tra i reietti.
Nessuno di noi è un superuomo: dovremmo essere aiutati senza provare vergogna."
Lascio in consegna a tutti queste parole, confidando nell'evoluzione del peso che hanno: si trasformino in fatti concreti, ora!
Quando un collega si toglie la vita, senza saperlo la toglie a tutti.
Grazie Commendatore e...buon viaggio anche a te, Peppino.




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C'era un  tempo in cui ogni sogno veniva racchiuso dentro scatole colorate, ceste grandi o piccole, prescelte dalle avventure di popoli antichi; favole, fiabe e leggende che sarebbero state scritte in pace o in guerra.
Sogni di gente comune, che si svegliava presto all'alba per andare a guadagnarsi un futuro fatto di lavoro prima e speranza dopo, in un tempo lontano, o forse neanche tanto, dentro il quale tutto correva più velocemente degli uomini,  ben allenati, ma solo apparentemente pronti a percorrere tutte le maratone durante la loro esistenza.
Gli anni trascorrevano tra sconfitte involontarie e vittorie conquistate, nella forzata privazione di non potere sempre raccontare quello che accadeva, come tasselli sparsi dentro contenitori  arricchiti dal  desiderio di risentirsi uniti in unico grande mosaico da costruire; una comunità modellata dalla storia che avrebbe immortalato il paese più bello del mondo nella forma di uno stivale perfetto.
In principio erano Regni decorati dalle regalità o Gran Ducati adornati dall'eleganza; oggi sono Regioni, le nostre Regioni, ritagli di un puzzle custodito da orme e monumenti, rievocazioni e tracce, emozioni e brividi tramandate da racconti che rimarranno stampati nei ricordi di ognuno.
Viviamo dentro una penisola galleggiante, una nave da crociera stabile ed immobile abitata da gente sincera capace di amare il proprio passato per preservare il proprio futuro: un atollo consolidato da boe a forma di uomini  che parlano dialetti diversi e danzano balli antichi.
In cucina pietanze rare dentro attrezzi del mestiere sempre caldi che amalgamo l’orgoglio della propria unicità al generoso desiderio di raccontarlo, dentro la metafora perfetta di una storia da raccontare: grolle valdostane per rievocare amicizie o fujot piemontesi per consolidarle; pesto ligure verde speranza e risotti lombardi mai scotti, baccalà alla veneta confinante con mele trentine, tortellini o cappelletti, fiorentina o saltimbocca, 'nduja o seadas, abbacchio, pizza, puccia, arancini, panzerotti.
Non sarà importante di chi o di cosa continueremo ad essere figli; dipingeremo ancora i nostri confini di azzurro come il mare che li bagna, e riempiremo i laghi e le montagne delle storie che ognuno vorrà continuare a scrivere con pennellate di buon senso.
Rimarremo uomini e famiglie, paesi e città, Regioni e Nazione.
Siamo tasselli di un mosaico più ampio chiamato Italia che tutto il mondo continuerà ad invidiarci, ed è questa la ragione per la quale non dovremo mai smettere di sentirci orgogliosi di farne parte.




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mercoledì 29 gennaio 2020

Le restrizioni imposte alla circolazione da alcune giunte comunali, sono figlie della presunzione politica che pavoneggia.
Non compete di certo a me trovare soluzioni al problema delle polveri sottili che stanno girovagando nell'aria in questi giorni, o peggio ancora suggerire come riuscire a rallentare la loro caccia famelica di narici fertili da penetrare, ma bloccare la circolazione alle automobili acquistate nel 2019 è terrorismo puro.
Dobbiamo dotarci tutti di un'auto elettrica?

Ben venga, ma fate in modo che siano più accessibili.




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È vero: il caffè è un piacere, ma anche la nostra vita lo è.
Possiamo decidere di metterci tutto lo zucchero che vogliamo, ma per addolcire il suo sapore, dobbiamo girarlo col cucchiaino che il destino ha posato di fianco alla nostra tazzina.
Quando si dimentica di farlo, possiamo berlo amaro, gustandone comunque il buon gusto o l'amarezza della moka che ci è capitata, oppure alzarci ed andare a recuperare quel cucchiaino per far girare tutte le nostre aspettative.
Un caffè amaro bevuto con soddisfazione vale più di un caffè zuccherato a suon di sacrifici.
Basta non rimanere fermi, perché questa è l'unica azione che lo farà raffreddare.






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Mi capita di fotografare le persone che incontro per strada intente a leggere un libro.
Nella galleria del mio telefono ho creato una cartella rinominata EROI; ogni tanto la apro e mi ci perdo dentro sorridendo.
Anziani seduti sopra le panchine o giovani in piedi alle fermate dei mezzi pubblici, nelle sale d'attesa degli uffici comunali o in coda agli uffici postali.
Quando arrivai a Torino nel 1995, i primi scatti che feci a quei soggetti, non li archiviavo nella stessa cartella, ma dentro una sorella gemella rinominata ZOMBIES.
Consideravo ridicolo che la gente concentrasse sui libri la propria attenzione; mi fregiavo di quella presunzione indicibile che giudica la bellezza sminuendone il suo valore.
Leggere è cambiamento, evoluzione, maturità.
Il tempo mi ha insegnato che dentro le pagine di un libro si celano brividi che il contenuto di icone colorate non potranno mai trasmettere.
Quello che in adolescenza vedevo come un pericolo, oggi è mutato in sicurezza, passione e terapia.  
Smettiamo di imbruttirci come zombies e abbelliamoci trasformandoci in eroi.
Spegniamo le luci dei piccoli schermi alimentati a batterie e accendiamo le candele nascoste tra i capitoli dei libri: risparmieremo tanta corrente ma acquisteremo inaspettata energia.




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martedì 28 gennaio 2020

Quando ero bambino sognavo di guidare gli autobus; a Potenza erano arancioni e la ditta che gestiva l'appalto dei trasporti pubblici si chiamava SITA.
Ricordo che a bordo si poteva salire solo dalla porta posteriore perché, seduto in coda a quei mezzi con i sedili in legno, c'era un bigliettaio attento a controllare gli abbonamenti.
Mi affascinavano le pubblicità appese sulle perimetrali dei tetti interni: non le leggeva nessuno tranne me, anche perché non cambiavano mai.
Erano sempre le stesse ed ingiallivano col trascorrere del tempo.
Il mio posto a sedere preferito non aveva sedile, infatti mi posizionavo sempre in piedi vicino all'autista.
Mi reggevo all'unica barra gelida che divideva l'abitacolo di guida dal resto del mondo, e osservavo ogni cosa.
Il volante, il cambio, i comandi delle luci, i pulsanti che aprivano e chiudevano le porte, gli specchietti e le spie.
Tutto danzava con le mani del conducente, con cui "non si poteva parlare"; anelli d'oro infilato nel dito medio e unghia del mignolo destro più lunga delle altre.
Calzini bianchi infilati dentro mocassini neri che ballavano il tip tap sopra pedali enormi che parevano palette da neve.
Quando ero bambino sognavo di guidare gli autobus; oggi a Torino sono diventati azzurri, ecologici e privi di quel gasolio agricolo che alimentava i trattori potentini.
Dentro le astronavi della GTT le pubblicità interne scorrono sopra schermi digitali da 30 pollici in HD, alternandosi ogni 10 secondi senza correre il rischio di ingiallire.
I biglietti non si obliterano ma si bippano senza tirarli fuori dalle tasche e i controllori salgono in coppia e in divisa d'ordinanza una volta ogni 10 viaggi.
Quando mi capita di salirci sopra, siedo sempre in fondo al canale centrale, lontano dal conducente ipnotizzato dal rispetto dei comandi automatici, privi di cambio e spogli di leve meccaniche.
I calzini bianchi non si vedono più: tutto è colorato di blu e ciò che allora pareva danza, oggi sembra marcia funebre.
Tutto si è robotizzato, anche le unghie e gli anelli d'oro, coperti da guanti in pelle forniti da dotazioni di reparto permanenti.
Quando ero bambino sognavo di guidare gli autobus: l'arancio della mia infanzia si è mescolato all'azzurro della mia mezz'età.
Che il capolinea si allontani.




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Se un giorno qualcuno vi chiederà dell'amore, mostrategli questa foto; l'ho scattata ai Murazzi del Po un pomeriggio dello scorso autunno.
Donare generosamente un'opportunità, rende protagonisti di un'emozione: riceverla gratuitamente aiuta a correre veloci anche quando sì è costretti a rimanere seduti.
Leggere a chi non può farlo e scrivere per chi leggerà: amare tutti e odiare nessuno.





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Non può esistere alcun viaggio senza partenza, ma si può desiderare di percorrerlo senza tornare indietro.
Il segreto sta nell'accordare alla perfezione i sogni e regolare con dolcezza il volume di ogni scommessa.
#unanottealcentralino





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lunedì 27 gennaio 2020

La memoria.
C'è chi la lega al ricordo di un giorno, chi l'allena studiando nel tempo e chi la perde del tutto negli anni.
C'è anche chi la considera quale ottimale compagna di viaggio, perché ha deciso di identificarsi in uno stile di vita che rievoca centinaia di proverbi e decine di massime legate alla propria infanzia.
Avere buona memoria vale quanto evitare il peggio; ogni campanello d'allarme può trasformarsi in un errore, ma l'immediato riconoscimento di quel pericolo, può salvarci da tutti gli inganni.
Avere la memoria corta, concede aggravanti ai tanti inquisitori che sentenziano ogni piccola mancanza, non lasciando alcun attenuante per la difesa.
Avere invece una buona memoria premia ogni sforzo, tira fuori chi ha sbagliato e imprigiona chi deve realmente pagare.
Il giorno della memoria è il giorno del "non accadrà mai più".
Sorridi Massimiliano: noi sappiamo bene che dai ricordi possono nascere solo sorrisi.




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La stella dei Los Angeles Lakers, Kobe Bryant, non brilla più.
E' precipitata a bordo del suo elicottero insieme alla figlia tredicenne, al pilota e ad altre sei persone.
Si è spenta in California, nella contea di Los Angeles, dentro una tragedia inattesa che ha cancellato in pochi secondi quello che da sempre è stato considerato il più bel sorriso del campionato NBA.
Rifletto sul valore che diamo alla nostra vita, quando accendiamo i progetti ambiti che magari siamo anche bravi a realizzare.
Ce li gustiamo tra consenso e apprezzamento; condividiamo il nostro meraklìs col mondo senza preoccuparci delle foglie che seccano, cambiano colore e cadono, attendendo una vita nuova che solo loro potranno riavere.
È così che bisognerebbe abbracciare la nostra esistenza, ma nonostante le precauzioni per non stringere troppo la presa, la sorte soffia sempre troppo forte,  anticipando la fine di ogni lenta passione: da piacere ci trasformiamo in cenere, senza neppure accorgerci di essere più secchi e aver cambiato colore.
Cadiamo, e tutto ciò che rimane è una stagione finita.
Ciao Kobe!






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Una sorella e un figlio per me.
Un fratello e una nipote per lei.
Un padre e una zia per lui.
Siamo tutti amore per qualcuno.






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domenica 26 gennaio 2020

- Samuel: hai dato un'occhiata al mio blog? Non mi hai ancora detto che ne pensi.
- Quinto Orazio Flacco definirebbe il tuo stile luculentus, alla lettera "fangoso", come un torrente che scende rovinoso dai monti.
Sei prolisso e poco elaborato nella forma, privo di quel labor limae che contraddistinse il poeta lucano.

Orazio criticava così la penna del suo maestro Gaio Lucilio, modello di tutti i poeti satirici posteriori.
Fu precursore della satira, genere letterario nato a Roma e divenuto famoso proprio grazie a Orazio, che al contrario del suo maestro, seppe valorizzarlo rendendolo "mainstream".
In altri termini Orazio riuscì a sgrezzarlo, smussandone gli angoli e godendo della fama che il predecessore non ebbe mai.
- Quindi è meglio che smetta di scrivere? Magari tu riusciresti a fare meglio.
- Orazio e Lucilio non erano contemporanei, quindi tu vai alla grande così.
- Dici?
- Si, anche perché Lucilio non venne mai a conoscenza delle critiche nei suoi confronti da parte di Orazio, perché era già morto.





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Sono passati quattro anni da quando Giulio è stato brutalmente ammazzato; tutti sanno come è morto, ma nessuno riesce a capire chi l'abbia ucciso materialmente.
Non ritengo sia importante continuare a stampare tesi di laurea che raccontino cosa ci facesse in Egitto, quanto punzecchiasse con i suoi scritti e chi infastidisse col suo megafono.
Magari non avrei neppure condiviso le sue verità perché per me non erano tali, ma Giulio non meritava di morire come un cane, perché nemmeno un cane meriterebbe di morire come è morto lui.
La diplomazia internazionale dovrebbe pretendere di conoscere la verità dalle carte processuali e non dalle barzellette di un faraone in cravatta riesumato dalle cantine di una piramide.
Il garantismo della giustizia non è confinato dentro i diritti sacrosanti (quasi sempre) dei singoli paesi, eppure ogni volta che qualcuno titolato a ricordarlo ne pretende il rispetto, non arrivano che ritorni inutili e paradossali che invecchiano col tempo e lasciano decantare ogni lecita aspettativa.
La verità per Giulio arriverà, ma per adesso ci converebbe cambiare canale per non rimanere rabbiosi e incantati davanti al nulla.
Cerchiamo risposte che attendiamo da  tempo: ma di lui, purtroppo, ci parleranno ancora per molti anni, perché i geroglifici dei tribunali egiziani sono meno chiari dei nostri.
Mi dispiace Giulio: un abbraccio sincero a mamma e papà.





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Quanto è difficile ripagare le cattiverie con un semplice sorriso; eppure sarebbe la sola risposta efficace da dare a chi dispensa domande inutili e pretende futili miserie che non aiutano certo a vivere felici.
La verità è che i sorrisi splendenti come il sole, appartengono solamente a chi è in grado di amare, mentre l'odio inconscio che logora le anime accompagna alle lacrime come il cielo nuvoloso anticipa la pioggia.
Sereni dentro o tempestosi fuori, senza variabili da attendere o variazioni da prevedere: sta a noi decidere se custodire raggi e calore per scaldare oppure lampi e tuoni per impaurire.
La mia primavera è sempre più vicina.




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sabato 25 gennaio 2020

Un tramonto e due profili, il sole e il mare, il trascorso e l'avvenire:
attimi dedicati a chi ancora non ha chiaro in testa ciò per cui vale veramente la pena vivere.




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"Inammissibile che un ladro riesca a disarmare un agente.
Le colpe di questa ennesima tragedia evitabile risiedono nei vertici di un sistema stantio, che manda a morire giovani impreparati fisicamente e psicologicamente: io non mi sento sicuro in mano vostra".
Queste sono le dichiarazioni di Gabriele Rubini, uno chef meglio conosciuto come Rubio.
Abbiamo aggiunto alla lista dei tuttologi, un altro luminare da cui imparare; alla "Democratic's list" mancava un cuoco capace di servire frittate e bistecche, preparato a deliscare orate e branzini e puntuale a impiattare spaghetti e rigatoni.
Non si sente sicuro in mano nostra, per cui è giusto chiedergli scusa.
Non è ammissibile che un cittadino italiano non possa contare sul comparto sicurezza: quasi quasi chiedo scusa a tutti da parte della famiglia, cuochi e camerieri, amici e nemici, fratelli d'Italia e democratici pentastellati.
Vi offriremo il nostro orgoglio offeso; lo impacchetteremo sulla prossima tavola apparecchiata dai tirocinanti di questo signore, impegnato, d'altronde in un lavoro meritevole di rispetto quanto il nostro, visti i pericoli che si corrono tra coltelli e fornelli accesi.




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Ho letto di tutto sui viaggi in treno.
A dire il vero ho scritto anche tanto, ma quello con cui vorrei giocare stamattina ha un valore diverso.
Scrivo di sera quello che voi leggerete domani mattina; in altri termini sono in viaggio da Roma per Torino, perso dentro una foto scattata di mattina dal mio collega Pino, in un giorno diverso da quello in cui voi leggerete ed io scriverò.
Ovviamente anche i disegni furtivi che ospitano i finestrini del mio viaggio serale, non appartengono a quelli incorniciati la mattina in cui è stata scattata la foto, e non apparterranno neppure a quelli che vi capiterà d'immaginare quando cercherete di capire dove voglio arrivare.
A parer mio l'interpretazione del tempo non è legata alla luce o al buio, a un'alba o a un tramonto.
Di notte ci capita di sognare più o meno come di giorno ci capita di distrarci, eppure tutti ci convinciamo che la notte è fatta per dormire ed il giorno per rimanere svegli.
Detto questo è doveroso sottolineare che esiste indubbiamente un bisogno fisiologico di recuperare se stessi riposando un certo numero di ore, ma di pari passo bisognerebbe far tesoro del tempo in cui i nostri occhi sono aperti per continuare a sognare comunque.
Ecco che arriva il treno, con i suoi cambi di velocità, con le sue voci alternate e con  i suoi posti a sedere talvolta liberi.
Stazioni e ripartenze, realtà e sogno, luci e ombre; dentro ai treni scorrono i ricordi di quello che abbiamo lasciato se stiamo tornando a casa e le speranze di quello che ritroveremo se da casa ci stiamo allontanando.
Il tempo scorre veloce come un treno: senza volerlo qualcuno da sempre ha usato questa massima per raccontarlo. Sogno notti come giorni e giorni come notti; finestrini come dipinti e dipinti come finestrini; treni senza mete e orologi senza batterie.
Sogno di scrivere senza preoccuparmi di quando sarà letto ciò che scriverò, perché quello che rimarrà dentro le righe dei miei pensieri, saranno solo vagoni stracolmi di sogni trainati da una motrice che si chiama passione.




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venerdì 24 gennaio 2020

Il 24 gennaio del 2003, all'età di 82 anni, moriva a Torino Gianni Agnelli, colui che mai esercitò la professione forense ma continuerà a vivere dentro ogni pagina che racconterà di lui come l'Avvocato.
Icona apprezzata del capitalismo mondiale, figura importante dell'economia europea e simbolo indiscusso dello sport italiano.
Sua era la Fiat, sua era la Juventus, sua era #lapassionedifarelecose.
L'Avvocato: la sua famiglia, i suoi nipoti, i suoi pronipoti.
L'Avvocato: le sue donne, le sue automobili, le sue barche.
L'Avvocato: i suoi abiti, le sue cravatte, i suoi orologi.
17 anni fa ci ha lasciato il Meraklìs italiano, quello vero, quello raro, colui che più di chiunque altro è riuscito a "godersi le cose, non per farsi vedere, ma per se stesso": ricordate?
Meraklìdikos è l'aggettivo di Meraklìs, la passione di fare le cose, la passione di vivere: una cosa che si sta perdendo.
L'Avvocato è stato riconosciuto come un uomo giusto; per lui hanno pianto imprenditori e operai.
Ricordo quella grande sala bianca allestita al Lingotto, una camera ardente semplice e discreta; la bara marrone ricoperta di rose, il quadro dipinto dalla figlia Margherita e le centomila persone comuni che accorsero a rendergli omaggio.
Mi piacerebbe pensare che ognuno di noi possa essere ricordato per quello che è stato e non per quello che aveva, per quello che è e non per quello che ha, nel rispetto di un pensiero evoluto attestante che l'essere conta certo più dell'avere.
Il Meraklìs torinese ce lo ha confermato, nonostante figlio di una borghesia capitalista che forse, come nessun'altra, è riuscita a farsi voler bene dalla maggior parte della gente che ha sfamato.




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Sto partecipando a un corso di formazione dove si parla di deontologia e codici comportamentali.
Le parole più ricorrenti nell'esposizione del relatore sono rispetto, educazione e modo.
Tengo gli occhi fissi sulle slaid del powerpoint; scorrono lente sullo schermo appeso alle sue spalle.
La luce che alimenta ciò che viene proiettato è integrata dallo splendore dei raggi del sole ospitati nella nostra aula.
Docenti e corsisti mescolano lezioni e appunti, nel "rispetto" di pareri diversi e nell'adozione della buona "educazione" vicendevole.
La multiple esperienze sono il "modo" più semplice per crescere e imparare a riconoscere l'appartenenza ad un cantiere sociale stracolmo di sassi da utilizzare.
Oggi più che mai la deontologia professionale obbliga a decidere se tra le divise e gli abiti civili è più saggio alzare muri che dividono o costruire ponti che uniscono.
Rispetto, sempre, con la corretta dose di buona educazione e sfruttando al massimo i giusti modi per rapportarsi vicendevolmente.
La lezione è finita: comincia l'ora dell'Ordine Pubblico.





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Se credi che ci si possa fidare del mondo, è perché hai deciso di correre il rischio di scivolare.
Se invece provi a fare in modo che il mondo si fidi di te, è perché hai capito come bisogna volare.
#unanottealcentralino




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giovedì 23 gennaio 2020

Questo Signore è mio padre, un uomo capace di amare seguendo protocolli sconosciuti e studiati in tempi lontani.
Un uomo dedito al lavoro nobile, totalmente impreparato a sostenere esami formali, specie quelli composti dal buon senso e dalla bella forma, ma egregiamente capace di combattere ogni sua partita contro l'orgoglio e l'abitudine.
Questa Signora è mia madre, una donna consumata dalla dedizione, sfatta dalla generosità e sfinita dal buon cuore.
Una donna forte ma apparentemente debole, nullatenente ma considerevolmente ricca, mamma perfetta e nonna rara.

Questi signori sono la mia vita, un uomo e una donna che non smetterò mai di ringraziare.





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Caro ICE, caro cucciolotto mio.
E' da tempo che voglio dirti una cosa, e forse questo è il giorno adatto per poterlo fare.
Vedi, gli uomini aspettano di non esserci più per ricordarsi di quanto è bello vivere.
C'è chi lamenta giorno dopo giorno la difficoltà di percorrere questo viaggio, la durezza di ogni impatto, l'incomprensione di tutti i suoi perché, eppure chiunque farebbe a cazzotti con la morte per allontanarla da quest'avventura.
Noi umani non siamo come voi animali, non amiamo disinteressatamente, non siamo in grado di perdonare nell'immediato, non facciamo le fusa per ogni piccolo gesto d'amore e non scodinzoliamo davanti e...dietro alla bellezza di un bambino che sorride.
Siamo bravi a morire però, portandoci via il rimorso di ciò che avremmo voluto accarezzare e ci è sfuggito o il rancore causato da un'incomprensione che avrebbe meritato un chiarimento mai avvenuto; carichiamo le nostre bare con soldi mai spesi per farli marcire assieme a noi e abbandoniamo i tesori edili eretti in vita prima di bruciare da freddi con la nostra avidità dentro camere ardenti a temperature indicibili: che paradosso, vero?
Caro ICE, caro cucciolotto mio, capisco il tuo stupore, ma un giorno anche io e te non ci saremo più.
Di giorno ci ritroveremo ad osservare gli uomini e gli animali; saremo insieme a tanti angeli come noi a guardare ciò che oggi siamo; saremo lontani dai loro parchi, dove giocheranno a rincorrersi felici.
Di sera voleremo davanti alle finestre socchiuse delle loro case a luci accese mentre saranno seduti a tavola a consumare una cena meritata alla fine di una giornata conclusa, mentre di notte accarezzeremo i loro occhi socchiusi, proprio come qualcuno ogni notte continua a fare con noi di questi tempi, nel silenzio dei nostri sogni che non finiranno mai.
Nessuno si accorgerà di noi, proprio come noi oggi non ci accorgiamo di loro...
Caro ICE, caro cucciolotto mio, vieni qui e fammi ancora un pò di fusa, perché oggi è festa e non c'è alcuna ragione per rattristarsi.

Avremo ancora tempo (non molto) per imparare tutta questa lezione mai scritta sui libri, e sai perchè? Perchè siamo ancora vivi!




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Avevo promesso di spiegare presto e a tutti il perché della scelta di aver lasciato fuori dal blog la politica.
Penso che questa sia la notte giusta per farlo.
Provate ad immaginare che i nomi e i cognomi stampati sopra un immaginario citofono delle urne, siano riconducibili ad un partito presente oggi nel nostro panorama.
Davanti a quel citofono d'ottone, vedo una coda infinita di gente comune: dipendenti pubblici e privati, medici e infermieri, insegnanti e bidelli, meccanici ed elettrauti, operai in servizio e funzionari fuori servizio, eroi e furbacchioni.
Davanti a quel citofono d'ottone, vedo anche una coda infinita di tuttologi: cronisti e giornalisti, cantanti e musicisti, poeti capaci o incapaci sempre pronti a urlare con la pretesa di imporre le proprie rime.
Davanti a quel citofono d'ottone, vedo addirittura una coda infinita di camice colorate: bianche e nere, rosse e gialle, arancioni e verdi.
La coda continua, ma il mio sguardo si perde lontano dove nessun uomo riuscirebbe a vedere ancora.
A passo lento tutti si avvicinano a quel citofono, senza pensarci più di tanto scelgono un qualsiasi pulsante da pressare: lo pigiano con la speranza che qualcuno risponda.
Il portone resta chiuso: nessuno apre poiché nessuno è in grado di aprire, nonostante i comandi ben chiari e magistralmente assemblati vicino ai monitor degli impianti istallati ai piani superiori, laddove dimorano i burattinai di uno stivale privo di Mangiafuoco.
Il popolo continua a citofonare, la politica continua a non rispondere: speriamo non siano tutti morti.
Al freddo di solito ci rimane la coda, ma fuori dal mio condominio questa volta io ci lascio loro.




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mercoledì 22 gennaio 2020

Ricerco sulla regale enciclopedia Treccani il significato della parola virus: il risultato porta ad immaginare un gruppo di organismi di natura non cellulare e di dimensioni submicroscopiche, costituiti da un acido nucleico rivestito da un involucro proteico (capside) incapaci di una sintesi proteica autonoma e perciò caratterizzati dalla vita parassitaria endocellulare obbligata.
In sostanza sono agenti eziologici di numerose malattie di animali, piante e batteri.
Chiudo la regale enciclopedia Treccani e apro la mia riflessione.
Il Comitato d'emergenza dell'Organizzazione mondiale della Sanità si riunirà questa mattina a Ginevra per valutare la portata dell'epidemia del virus simile alla SARS.
In Cina, secondo un bilancio aggiornato nella notte, il contagio ha toccato oltre 400 persone, con nove morti.
Dalla Cina arriva un allarme: "il virus può mutare e propagarsi più facilmente".
Un caso è stato accertato ieri negli Stati Uniti, un altro a Taiwan.
Rafforzati i controlli negli aeroporti, anche quelli italiani.
Convocate per oggi le autorità sanitarie europee.
Primo caso di contagio del coronavirus cinese a Hong Kong: lo riporta Bloomberg citando Cable TV.
Il paziente si trova in isolamento in ospedale.
La persona è arrivata da Wuhan a Hong Kong con un treno ad alta velocità.
La regione semi-autonoma cinese di Macao ha annunciato il primo caso accertato del coronavirus apparso in Cina e ha ordinato a tutti gli impiegati dei suoi casinò di indossare una maschera per arginare l'epidemia.
Si tratta di una imprenditrice di 52 anni arrivata domenica in treno dalla vicina città di Zhuhai.
Le analisi hanno dimostrato che l'uomo in isolamento a Brisbane, in Australia, non è stato colpito dal nuovo coronavirus cinese.
Lo riferiscono funzionari australiani.
Il caso era stato considerato sospetto in quanto l'uomo aveva avuto difficoltà respiratorie dopo un recente viaggio a Wuhan, la città nella Cina centrale ritenuta l'epicentro del contagio.
Anche il Regno Unito introduce controlli "precauzionali" in aeroporto per allontanare il rischio di contagio del virus diffusosi in Cina.
Lo riferisce la BBC anticipando l'annuncio del ministro della Sanità, Matt Hancock di fronte al Parlamento.
I controlli riguarderanno in particolare i passeggeri dei tre voli settimanali che collegano Wuhan con l'aeroporto londinese di Heathrow, uno dei tre scali europei (incluso Fiumicino) che hanno voli diretti con la città cinese al centro dell'area di emergenza.

Le misure preparate da Hancock prevedono la presenza di team medici specializzati a Heathrow all'arrivo di ogni aereo da Wuhan, l'indicazione per l'atterraggio e lo sbarco di un'area isolata del terminal 4, la diffusione nello scalo di annunci informativi e volantini sulle precauzioni da seguire.
I rischi per la salute nel Regno, indicati finora "molto bassi" dalle autorità sanitarie, vengono inoltre rivalutati a "bassi".
La Corea del Nord vieterà l'ingresso ai turisti stranieri per proteggersi dal nuovo coronavirus.
Lo ha affermato un importante tour operator.
Diverse nazioni tra cui gli Stati Uniti hanno intensificato i controlli sui passeggeri degli aeroporti per rilevare il virus ma un divieto ai turisti sarebbe il primo.
Può bastare?
Riapro la regale enciclopedia Treccani e questa volta ricerco il significato della parola Apocalisse.





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Lo scorso 15 ottobre 2019, in Commissione Affari Costituzionali, è approdata la proposta di legge nr. 1528 firmata da Giuditta Pini, deputata del PD.
Il solo numero forse non vi dirà nulla, ma il testo è chiarissimo.
L’articolo 2, infatti, prevede che “il casco di protezione indossato dal personale delle Forze di Polizia riporti sui due lati e sulla parte posteriore, un codice alfanumerico, che consenta l’identificazione dell’operatore che lo indossa.
Il codice alfanumerico deve poi essere applicato anche al gilet tattico e all’uniforme, in modo da essere chiaramente visibile sia davanti che da tergo.
In caso di mancato rispetto della legge, o se il codice venisse oscurato o scambiato con altri poliziotti, la violazione costerà all’operatore da 3000 euro a 6000 euro, più le sanzioni disciplinari del corpo a cui appartiene".
La proposta è stata presentata alla Camera lo scorso 23 gennaio 2019 e assegnata alla Commissione Affari Costituzionali il 15 ottobre 2019, appunto.
L’esponente politico riconosce il compito centrale delle Forze di Polizia, ma sostiene sia necessario "attrezzarsi di strumenti per la tutela dei cittadini contro eventuali abusi del diritto che occasionalmente si potrebbero verificare”.
Torniamo a noi, pecore marchiate!
Strano pare che tutto questo desiderio di ricerca della tutela avvenga in un momento storico scritto dentro i capitoli di una luminare enciclopedia politica costituzionalmente corretta ma pur sempre "non" eletta dal popolo; un popolo perso dentro uno stivale con un cuore a forma di una Regione che si chiama Umbria.
Ebbene, il paradosso del secolo ha voluto che nelle urne u.s. gli abitanti del nostro polmone, verde per natura e rosso per stoicismo, abbiamo sancito la netta non condivisione di una soluzione di questo tipo alla crisi di governo da poco trascorsa.
Perdonate il preambolo, ma era doveroso  ricordarlo a chi continua a non avere voglia di ascoltare ed è bravo a far finta di sentire.
La mia riflessione è alimentata da un diritto sacrosanto, un diritto che sposa il dovere di ogni appartenente al comparto sicurezza di dover esprimere il proprio dissenso nei confronti di questo suggerimento normativo a parer mio vergognoso, offensivo e pusillanime.
Ogni dovere abbraccia un diritto, e il nostro mescola la stessa democratica condizione di proporre scempi di questo spessore con la ferrea democratica possibilità di dissentire; il diritto di poter replicare, in divisa o in abiti civili e nelle vesti sindacali oppure in quelle militari.
Siamo, da decenni ormai, cittadini orfani dei governi e figli delle opposizioni; una politica "ovattata" che chiude le porte ad un rinnovo del contratto vetusto e marcescente fermo da anni che ha portato gran parte del personale a cacciare il prepensionamento; una politica "sorda" davanti alle urla di chi considera un'esigenza sedersi intorno a un tavolo per rivedere una riforma delle carriere che ha concluso riordini di qualifiche privi di senso e di equilibrio gerarchico ed economico; una politica "condizionante", che pretende dai vertici della nostra Amministrazione la diffusione di circolari interne che obbligano gli operatori di P.S. ad un utilizzo ponderato dei canali Social Network (giusto), al divieto dell'utilizzo di gruppi WhatsApp per diffondere informazioni di carattere propagandistico (giusto) e alla diffida all'acquisto di materiale non in dotazione di Reparto previsto dall'attagliamento per salvaguardare la propria incolumità (parliamone).
“E’ assurdo che in questo momento di vera ecatombe fra gli appartenenti alle Forze dell’Ordine, il meglio che si riesca a proporre è di marchiare gli agenti come capi di bestiame, anche se in effetti vengono mandati al macello durante le manifestazioni.
Proporre gli identificativi per gli agenti significa negare la realtà.
I criminali sono altri: chi porta la divisa svolge un lavoro a tutela dei contestatori per garantire il diritto di manifestare, e non il contrario".
Queste le condivisibili dichiarazioni di Valter Mazzetti, Segretario Nazionale Generale della FSP, l'Organizzazione Sindacale che io rappresento nella provincia di Torino.
All'esternazione del Dottor Mazzetti, io aggiungerei che l'invio del personale in Ordine Pubblico con la previsione di un timbro a secco dei componenti del gregge in divisa, nasce dalla volontà (di chi la sottoscrive) di conoscere a priori quale dev'essere l'agnello da sacrificare indipendentemente dall'esito dell'evento.
In altri termini che si esca perdenti o vincitori da una battaglia che non dovrebbe neppure prevedere tali comparse, essere in grado di identificare i componenti di una sola squadra, rende felici i paladini della democrazia.
Or dunque mi chiedo: qual è la linea sottile e invalicabile che sancisce il diritto amalgamato al dovere?
Quando si vive nasce "l'imposizione del condizionamento" nell'operare, e quando si muore non esiste fatalità ma esclusivamente "la pena per l'errore commesso": conieremo la depoliziazione per fare un piacere a quanti la ricercano da tempo.
Niente foto in divisa se non per motivi istituzionali e certificati? Bene, questa volta rientriamo nel protocollo previsto.
A voi, cari colleghi, l'invito a non temere di scrivere MI PIACE a ciò che vi piace veramente, a non aver paura di condividere un pensiero o un'idea deontologicamente lecita e scevra da ogni condizionamento.
Il diritto di replica è di tutti, e la nostra difesa vale quanto quella che appartiene a coloro che non vorrebbero concederla.






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Ho scattato questa foto qualche fiera tartufata fa ad Alba.
Mi rendo conto che nessun altro nome comune femminile di città sarebbe più indicato di questo per incorniciare quanto accaduto.
Un nonnino con una camicia a quadretti coloratissimi, era perso nella pace della lettura di un libro; poco distante da lui, sullo stesso perimetro quadrato in pietra che avvolgeva la base di un albero stupendo del quale non fui in grado di riconoscerne la famiglia, due giovani ragazze in bianco e nero digitavano lettere e punti sulle tastiere dei loro telefonini alla velocità della luce.
Tutti e tre non alzarono mai lo sguardo neppure per un attimo, continuando indisturbati a scrivere per più di 10 minuti assorti in un'estasi di perdizione.
Evidentemente presi da ciò che stavano leggendo l'uno e scrivendo le altre, furono in grado di non farsi distrarre da quello che gli girava intorno, consolidando lettura e scrittura come radici dell'albero che li ospitava sotto di se.
Passato e presente contro silenzio e rumore: carta e inchiostro contro luci e ricariche.
Sotto lo sconosciuto albero della cultura, la lettura coinvolgente e la scrittura terapeutica stavano sfidando la lettura artificiale e la scrittura infettiva.
Un due contro due combattuto ad armi pari, nel silenzio di un'Alba disturbata da sbandieratori e battitori d'asta privi di ritegno.
Dentro tutta questa guerra di pensieri, mi ubriacai di domande senza mai smaltirne la sbornia.
Barcollavo dentro quel quadretto insolito come fossi la comparsa di un presepe vivente in cui bisogna rimanere immobili dando comunque vita a ciò che invece deve rimanere fermo.
Quella sera la mia Alba non conobbe tramonto: la carta stampata aveva vinto la battaglia.




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