giovedì 11 febbraio 2021

La vita non smette mai di stupirci.
La sera affrontiamo gli imprevisti che rallentano la nostra corsa, ma giuriamo sempre di risvegliarci diversi il giorno dopo.
Consumiamo le notti a ritmo della  tachicardia che le avvolgono e al mattino asciughiamo un sudore diverso rispetto a quello che bagna i nostri corpi quando sono illuminati dal sole.
Stupore mescolato allo stupore.
Nell'immediato dopoguerra di ogni combattimento, ci autoconvinciamo di aver capito cos'è veramente importante e cosa non lo è, certi che quando ci ritroveremo nuovamente in trincea per difenderci dal giudizio del nemico, saremo più bravi a colpire e affondare l'obiettivo quando decideremo di sparare. Che grande soddisfazione, vero?
Ci proclamiamo esperti inventori delle soluzioni più corrette, saggi del sapere e dotti nell'insegnare, paladini dell'essere e inconsapevoli schiavi dell'avere.
Tutti decorati dell'esperienza maturata negli anni, vestiti da corazze ricolme di medaglie che abbiamo ricevuto in omaggio dalla sorte e armati di una saccenza e una supponenza che potevano essere ospitate solo nel bed and breakfast dall'ignoranza che riesce sempre a farla da padrona.
Quanta pace dei cuori e delle anime ci sarebbe nel mondo se ognuno sostituisse il proprio colpo in canna con una bandiera bianca, lasciando credere all'avversario di essersi arreso alla sua presunzione, decidendo così di rinunciare a parate premiali e podi col medagliere.
Eppure in tempi come questi ognuno dovrebbe aver capito che non vale proprio la pena rischiare di ammalarsi per poi non riuscire a curarsi mai più.
Lo stupore mescolato allo stupore, un cocktail di emozioni condite da quel bisogno di serenità che ognuno dovrebbe fare suo.
Sorridere davanti all'odio e perdonare ogni torto, aspettando il mattino che tutto asciuga e tutto rende nuovo.
Guardare oltre le montagne, oltre tutte quelle cime innevate che sembrano sempre irraggiungibili.
Guardare oltre il confine del mare, oltre ogni linea sottile confusa con l'azzurro del cielo, dove ogni rumore si trasforna in silenzio e tutto è più vicino all'eterno.
Vivere il freddo per sperare nel caldo, facendo nostro ogni trapasso esistenziale che questo difficile sbalzo di temperatura comporta.
La vita non ha mai smesso di stupirci, ma forse non siamo più in grado di accorgercene. 




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sabato 23 gennaio 2021

È difficile definire mio padre.
Non è un carrozziere e neanche un meccanico, non è un muratore ma neppure un carpentiere.
Mio padre non è un idraulico ma non è neanche un elettricista, non può essere considerato un giardiniere, figuriamoci un tappezziere.
Mio padre è impossibile da etichettare con una sola attitudine, perché di semplice non ha proprio nulla in quanto ognuno di questi mestieri appartiene alla sua rara manualità.
Coltiva con minuziosa precisione ogni cosa e le sfide non lo hanno mai spaventano ma piuttosto sempre invogliato a salire sul podio più alto.
Un podio che comunque non occuperebbe mai a causa della sua timidezza ed infinita umiltà.
È un uomo complicato nella mente e da qualche anno anche nel corpo purtroppo.
Non ride mai.
Si sveglia ogni mattina alle 05:00 in punto, porta il caffè a mia madre costringendola ad aprire gli occhi e dopo essersi fatto la barba ascoltando due preghiere trasmesse da Radio Maria, scende in garage a trafficare per vincere qualche nuova scommessa.
Alle 12:00 torna di nuovo su, si prende le puntuali urla di rimprovero della stessa donna che ha svegliato alle 05:00 e dopo aver mangiato un piatto caldo, va a farsi una pennichella fino alle 16:00 in punto.
Alle 16:02, da circa 50 anni, a casa mia si sente scorrere l'acqua del rubinetto del bagno, acqua che riempie le mani callose di mio padre prima che finisca dispersa sul suo volto dormiente che cerca ancora di risvegliarsi.
Caffè con la moka già stracolma di zucchero, thermos pronto per conservare l'avanzo di una mezza tazzina fatale per i diabetici e via, di nuovo in garage a concludere la giornata.
La sua ritirata si aggira intorno alle 18:30, seguita dalle solite urla serali della mamma che anticipano la cena da lei preparata nel pomeriggio.
Arriva l'ora del divano.
Seduto sempre allo stesso posto, diritto davanti alla televisione e con le gambe stese sulla sedia, rimane sveglio solo per il tempo necessario a guardare il telegiornale, Striscia la notizia e i primi 10 minuti di un film in prima serata.
Poi arriva Morfeo e ci pensa lui ad avvolgerlo nella coperta che mamma gli ha lasciato alle 20:30 spaccate sulle gambe.
Lei si è fatta coccolare dal sonno già da tempo, dopo essersi cosparsa le mani di Leocrema e aver dato un'occhiata alla rivista Confidenze.
È difficile definire mio padre, oggi più delle altre volte.
Da diverse settimane le miserie che trova ogni mattina nel suo garage, sono lamiere arrugginite e plastiche malmesse di un motorino che sta restaurando per me, un vecchio Gilera CBA del 1980.
Voi non potete immaginare il miracolo che è riuscito a fare con questo ciclomotore.
Ogni tappa del restauro ha raccontato le nostre vite, la mia e la sua, così poco distanti ma così tanto vicine.
Io la mente, lui le mani.
Tutti i giorni, come mai era successo prima.
La consegna e il ritiro, la perizia e lo smontaggio, il preventivo e la consulenza del suo fedele compagno di viaggio Vittorio.
La pianificazione delle priorità, la lista della spesa e il nullaosta di donna Jolanda.
Tutto è pronto: si parte.
Oggi le cromature luccicano e le plastiche illuminano, il rosso taroccato é diventato turchese originale e le luci fioche di un faro ammuffito si sono trasformate in abbaglianti per gli occhi di chi è un grado di apprezzarle.
Il carburatore revisionato dalle sue mani regola ogni emozione persa nelle nostre vite, ma pur sempre ricercate.
La candela riaccende ogni speranza di potere riabbracciarci presto e la marmitta scalda dentro prima e sputa fuori dopo tutti i rimorsi che per troppo tempo si sono catalizzati al suo interno.
Ogni restauro racconta la metafora perfetta di tutte le vite; la ruggine corrosiva diventa argento vivo, il trasparente grezzo si trasforma in colore naturale e l'abbandono egoistico muta in libertà da vivere.
In fin dei conti, pensandoci meglio, non è poi così difficile definire mio padre.
È un regista, un gran regista, perché solo uno come lui poteva essere in grado di scrivere, recitare e girare un kolossal così bello.
Papà, questa volta hai vinto un Oscar, sei riuscito a raccontare la tua grandezza come non eri mai riuscito a fare prima, e lo hai fatto col tuo silenzio e nel tuo mondo, con i ferri in mano e le tue mani tremanti.
Fai il pieno di benzina al 2%, pedala per qualche giro e metti in moto la tua soddisfazione.
Sali in sella e goditi un memorabile primo viaggio.
Accelera più che puoi e sorridi.
Domani mattina lascia che mamma dorma qualche minuto in più.
Non accendere la radio ma continua a sognare con gli occhi chiusi e sereni.
Quando ti risveglierai troverai un sacco di gente a batterti le mani e a complimentarsi per l'ennesimo miracolo.
Questa volta l'hai fatta davvero grossa perché sei riuscito a raccontare un dono, un regalo, un pezzo stupendo che, tanto per cambiare, hai reso veramente unico.
Grazie papà. 




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venerdì 18 dicembre 2020

La storia insegna agli uomini solo se gli uomini la studiano veramente, un po' come quando eravamo più giovani e frequentavamo la scuola.
Il professore andava alla lavagna e col gessetto cominciava a disegnare figure astratte che capiva solo lui o, peggio ancora, sviluppava formule matematiche incomprensibili ed interminabili.
Tutto sembrava inutile e superfluo, fino a quando non tornavamo a casa a studiarle per riuscire finalmente a concluderle.
Magari capitava di farle talmente nostre che il giorno dopo speravamo persino di essere interrogati.
E oggi? Chi di noi è veramente pronto a dare le risposte giuste a ciò che sta capitando?
Quanti e quali sono i libri di storia da studiare, i disegni da interpretare e le formule da capire?
Siamo aule di ebeti incantati dagli eventi, reclusi in classi chiuse a chiave che non ci permettono di tornare a casa, tutti in balia di saccenti oratori che parlano, parlano, parlano e parlano.
Ci addormentiamo sui banchi senza rotelle, appoggiati con le nostre teste pensierose sulle braccia distese trasformate in cuscini.
Ci risvegliamo infreddoliti e immobili sperando che la campanella anticipi qualche materia nuova da studiare, ma la musica è sempre la stessa: numeri che aumentano, colori che cambiano e voti che bocciano.
Siamo proprio una classe di somari, incapaci di reagire, rassegnati al palinsesto e sedati dall'ignoranza.
Ci hanno fatto dimenticare quanto era bello vivere, quanto era dolce e gustoso passeggiare e quanto era salutare alimentare le menti rispettando la regolarità dei nostri tempi.
Oggi viviamo aspettando l'ora d'aria, come fossimo detenuti, reclusi e rei per non aver rispettato le leggi imposte da chi la storia non la scriverà mai.
Non siamo più in grado di riconoscere la bellezza di un'alba, l'emozione di un tramonto, il terapeutico silenzio delle notti e l'accattivante frastuono dell'ordinarietà del giorno.
Mi piacerebbe che tutti fossimo già arrivati al capolinea per scendere dal tram del pessimismo.
Ricominciare a camminare verso le nostre piazze vissute, quelle piene di disegni astratti trasformati in abbracci, liberi da queste sporche ma obbligatorie mascherine che ostruiscono i sapori più buoni.
Sono stanco, stufo, esausto.
Vorrei reggere più di quanto non abbia fatto finora, ma sogno l'estate, la fine della scuola, una maturità sociale che però vedo ancora lontana.
Ho tanto da vivere e a questo punto è l'unica cosa che veramente desidero.
Il destino mi interroghi pure: sono pronto ad andare alla lavagna per guadagnarmi almeno la sufficienza.




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domenica 6 dicembre 2020

Per questa volta voglio chiamarti Alice: quel formale "Dottoressa Rolando" mi sta proprio stretto.
Voglio darti del tu, disinteressandomi di ogni protocollo imposto dalle regole.
Questa sì che sarebbe una scelta pericolosa, un'iniziativa da giustificare entro dieci giorni dalla notifica.
Rischierei un ammonimento orale o, peggio ancora, un richiamo scritto.
Una pena pecuniaria, una sospensione, una destituzione.
Dici di no?
Fidati Alice: a questo punto tutto è possibile.
Per fortuna esiste ancora una lama sottile messa lì, arrugginita ma ancora efficace a dividere una sanzione disciplinare da un avviso di garanzia, un filo radente che taglia in due il legale e l'illegale, il previsto e l'imprevisto, il fuoco dell'infamia inaspettata spento dall'acqua del riscontro oggettivo.
Questo siamo, cara Alice.
Viviamo tutti nel paese delle meraviglie.
Tu non sei l'unica residente di questo mondo ingiusto, figlio della legalità e orfano della magistratura.
Siamo tutti cugini fedeli dei codici ma nemici incolpevoli dei preposti al rispetto che gli si deve.
Ricordo il nostro pellegrinaggio alla Sagra di San Michele, l'arcangelo che dovrebbe proteggerci dal male.
Quell'adunata notturna al Reparto Mobile, il nostro cappellano, pochi temerari e via, a piedi fino in cima al paradiso per chiedere al nostro protettore di difenderci sempre, non solo dai coltelli affilati, dalle bottiglie rotte o dai proiettili vaganti, ma anche da notifiche sconce, da avvisi tutt'altro che garantisti e da citazioni prive di significato.
La storia si ripete, libri nati al contrario, prima letti e poi scritti.
Quando finiranno di volerci male?
Tutti abbiamo goduto dei frutti raccolti a seguito del tuo operato, sempre volto a salvaguardare la legalità di una città bisognosa di pulizia.
Minuzioso ed attento, sempre pianificato nel rispetto delle regole e con la giusta parsimonia.
Fidarsi dei propri uomini è un dovere: avere la certezza di aver fatto bene non lo è.
Quante grosse responsabilità bisogna considerare quando si decide di garantire la sicurezza, e quanti campanelli d'allarme bisognerebbe sentire suonare prima che tutta l'orchestra componga un classico della nostra storia.
Sono questi i momenti dentro cui bisognerebbe perdersi nell'orgoglio dell'appartenenza, e non nelle sfilate annuali delle Feste della Polizia, quelle utili solamente a farsi appuntare una medaglia o un nastrino sulla divisa.
Forse quando lo capiremo sarà troppo tardi, ed è per questo che urge ricordarlo subito.
Alice, io sto con te, e con me ci sono tanti colleghi giusti che fino in fondo hanno capito come gira questo nostro paese delle meraviglie, che purtroppo oggi ti tocca rivisitare.
Non è solo il tuo, ma, come detto, è di tutti noi uomini in divisa, e in momenti come questo diventa veramente difficile volergli bene.
Sono certo che presto arriverà di nuovo un pullman dell'amministrazione a prenderci per riportarci a casa, e dopo tanta fatica tornerà per tutti il meritato riposo.
Il tempo racconti il miglior finale, uno di quelli emozionanti dentro cui i giusti sorridino e i farabutti vengano reclusi.
Alice: io sto con te.




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sabato 28 novembre 2020

Cara pelle.
Ho pianto per diversi giorni, di notte e di nascosto, perché non riesco più a dormire.
Ho avuto un incidente, uno di quelli brutti, uno di quelli col botto.
Voglio raccontarti come mi sento, come sto vivendo queste ore e quanto mi pesa lasciarle trascorrere con il fastidio di un colpo di frusta inaspettato al collo.
Sarebbe stato meglio ricevere una pugnalata dietro la schiena: a quella siamo un po' tutti abituati.
Forse te ne parlo solamente per curarmi, per medicarmi, per accelerare quanto prima la fuoriuscita da questo senso di vuoto che mi porto dentro.
Sai bene che per anni ho studiato le dinamiche dei sinistri stradali, le cause di questi eventi e lo sviluppo dei crash test che ne conseguono.
Da allievo prima e da istruttore dopo, da formatore in aula e responsabile in pista.
Ho invitato tanti corsisti a credere nel proprio istinto, ad imparare a riconoscere il pericolo per essere in grado di evitarlo in tempo ed eventualmente affrontarlo, solo se non ci fosse proprio via d'uscita.
Riconoscere.
Evitare.
Affrontare.
La guida sicura, la guida sportiva, la guida agonistica, la guida militare.
Ho decantato al mondo di conoscere in maniera impeccabile i sistemi di sicurezza di tutte le auto, quelli attivi e quelli passivi.
Ho insegnato a tanti giovani freschi di patente ad utilizzarli con responsabilità, invitandoli ad amarli più dei cerchi in lega, dei fendinebbia e degli interni in pelle.
Per anni ho raccontato la mia passione per i motori, l'idea di aver sempre desiderato di poter lavorare dentro il loro mondo e la mia soddisfazione nel contribuire a diffondere la cultura della sicurezza stradale tra i più giovani.
Ho condito di presunzione la mia capacità di saper gestire le emozioni in pista, su strada al limite di ogni aderenza, persa o riconquistata.
Stasera però sono spento, perché questa volta è capitato a me, sono stato io il protagonista della fatalità a cui non è stata data la precedenza.
Ho tolto le chiavi da ogni quadro, perché mi sono accorto di non volere più bene a quel mondo, anzi, quasi lo odio.
Mi spaventa e non voglio che mi appartenga più.
L'altra mattina stavo soffocando respirando strani gas che sembravano polvere.
L'esplosione degli airbag ha riempito l'abitacolo della mia macchina e quando ho riaperto gli occhi ho imprecato contro ogni cosa. 
Da via Villa della Regina mi sono ritrovato a girare su corso Moncalieri, come se qualcuno mi avesse regalato un biglietto per girare attorno a me stesso dentro una giostra pericolosa.
Non vedevo più piazza Vittorio, ma la Gran Madre, con le sue luci accese a rappresentare un presepe dentro cui era difficile individuare qualsiasi grotta.
Non ricordo più nulla, solo tutti i semafori spenti.
Il tram alla mia sinistra e poi il vuoto: una Volvo, un proiettile che fino a qualche istante prima che mi colpisse in pieno, consideravo la prossima macchina da acquistare, perché più sicura e tosta di tutte le altre.
Il campanello del 13 che suonava, quasi a volermi avvisare che quell'astronave venuta dal nulla non avrebbe fatto più in tempo ad arrestarsi.
La mia Juke aveva due mesi, era una lattante coccolata e gelosamente custodita.
Un sogno ancora da pagare, un desiderio da portare in giro per il mondo, una favola nuova da scrivere dopo che la vita mi aveva quasi obbligato a privarmi di una regina più grande troppo proibitiva da gestire.
Cara pelle.
Era arrivata lei a farmi sorridere.
Per lei avevo rinunciato alla coccinella nera che ha accompagnato i cinquant'anni di matrimonio di mamma e papà quest'estate.
Per lei avevo aperto l'ennesimo finanziamento per rasserenare la convinzione di essermi meritato ormai, dopo tanto tempo, una macchina nuova.
Per lei avevo ordinato ogni angolo del garage per vederla dormire serena senza che rischiasse di essere disturbata dai miei motorini.
Buio, silenzio e lampeggianti.
Non è rimasto nulla dell'altra mattina.
Stavo andando a lavorare; non mi era mai capitato di dover comunicare di essere impossibilitato a raggiungere l'ufficio a causa di un incidente stradale.
La mia reperibilità mi imponeva di riconsegnare le chiavi.
Chiamo Massimiliano.
Arriva dopo poco e mi sussurra che gli dispiace e che la cosa più importante è che io sia in piedi fuori da quella ferraglia.
Avevamo comprato la macchina nuova praticamente insieme, qualche settimana prima.
Ci prendevamo in giro tutti i giorni.
La tua non ha questo, la mia invece ce l'ha.
Tu l'hai pagata troppo, io ho fatto l'affare.
Tu sei un minchione, io sono più furbo.
Con gli occhi ho guardato il mio migliore amico; non ci siamo detti nulla di più, ma tenerlo lì accanto a me anche solo il tempo necessario per riconsegnargli quel mazzo di chiavi, mi ha fatto tornare a vivere.
Odio il mondo ingiusto, la sfiga infame, la malattia inaspettata, il carro attrezzi che si è portato via il mio finanziamento compreso di interessi.
Come farò adesso?
Una vigilessa carina e premurosa mi faceva domande, io le davo risposte confuse.
Assicurazione mia.
Assicurazione sua.
Il conducente di quella Volvo era un uomo silenzioso.
Non parlava, non si agitava, non si scomponeva; trafficava vicino al suo motore come se stesse ricomponendo per intero un enorme LEGO. 
Sotto shock io.
Sotto shock lui.
Al CTO con Pietro e Gianni, per evitare il covid, per farmi lastrare in ogni angolo del corpo, per riabbracciare Eleonora arrivata da Chieri per sorridermi ancora.
Si fotta questa vita: non è cosi che doveva andare.
Magari non mi pagheranno neppure, mi riconosceranno quel 50% di responsabilità politica che oggi è abitudine decretare quando tutti pretendono la ragione.
Non ho più voglia di sorridere: lasciatemi solo.
Cara anima.
ora ho smesso di piangere e la notte riesco a riposare di più.
Sono sereno e tanto felice di stare a questo mondo.
Non mi sento più costretto a respirare i gas fastidiosi rilasciati dagli airbag e non devo neanche più sforzarmi di scalciare verso gli sportelli bloccati e deformati dagli urti.
Abbraccio Eleonora al mattino e, dopo averlo fatto, scendo con le mie gambe per andare in cucina a preparare la colazione.
Riapro gli occhi e riconosco le mie ali, non più confuse e disordinate tra le luci della Gran Madre.
Posso alzarmi dal divano mentre sto leggendo il mio nuovo libro sulle mafie e posso avvicinarmi alla porta di casa per andare incontro ai miei figli ,abbracciarli prima di trascorre un altro weekend insieme a loro.
Samuel e Christian sono felici di potere ancora chiamarmi NASO.
A distanza di qualche giorno posso riabbracciare la tua bellezza, posso riconoscerti come pura e sincera negli occhi di Massimiliano, di Pietro, di Gianni, di tutti i colleghi che mi hanno scritto per sapere come stavo, ed anche di quelli che non l'hanno fatto per paura di disturbare.
Cara anima.
Oltre a chiedermi come stessi, sai qual è la cosa che più di ogni altra mi hanno domandato tutti coloro che hanno saputo dell'incidente?
Se fossi stato io a causarlo, da quale parte si nascondesse la ragione e che cosa ho deciso di concludere con il mio avvocato.
A distanza di pochi giorni ho capito che le auto e la guida sono e rimarranno splendide compagne di viaggio, ma non varranno mai quanto chi mi vive intorno.
Le passioni sono fertilizzante per l'esistenza di ogni uomo, ma a cosa servirebbe arricchirsi di tanto concime se tutti perdessimo la vita in un batter d'occhio?
Riconoscere di essere stato fortunato.
Evitare di commiserarsi per ciò che è andato perduto.
Affrontare tutto con ottimismo, perché non ci sarà nessuna frattura da saldare e nessuna sedia a rotelle su cui sedersi.
Carlo, mio cugino acquisito nonché preposto a guarire la mia Nissan, vedendo la macchina dopo l'incidente mi ha detto che ancora oggi non riesce a spiegarsi come ho fatto ad uscire senza un osso rotto da quell'abitacolo.
La verità è che c'è voluto qualche giorno, ma ho capito che tra quelle luci della Gran Madre la grotta di Betlemme c'era eccome, ma la mia immatura presunzione ed il mio materiale egoismo non mi hanno aiutato a riconoscerla da subito.
Quest'anno sarà un Natale decisamente diverso, un Natale in cui ogni pastore porterà la mascherina ed ogni Re Magio non avrà granché da offrire a Gesù bambino.
Ci sarà un distanziamento tra quelle luci, in nome di una sicurezza che ogni uomo dovrebbe conquistare prima e custodire dopo, per essere sempre pronto a sorridere e a ringraziare il cielo per essere vivo e fortunato di godere delle cose belle.
Ci saranno cause da vincere, forse da perdere ingiustamente, finanziamenti da estinguere, forse da sottoscrivere ancora, notti insonni da scrivere, forse da condividere per ricominciare a vivere, ma nulla potrà mai spegnere l'entusiasmo di poter continuare a tenere accesa la luce della nostra esistenza.
In piedi, magari più poveri di pelle ma più ricchi di te, anima bella, anima dolce, anima irraggiungibile che oggi ho tanta voglia di amare.
Grazie al cielo sono vivo, illeso e pensieroso, ma decisamente più innamorato di prima della vita e delle mie passioni. 




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sabato 21 novembre 2020

Qui c'è nebbia e tutto parla d'autunno, i colori, le temperature e i profumi.
Il silenzio che c'è per strada incute un po' di paura; è come se ognuno si fosse rinchiuso tra le proprie mura a causa di una guerra che per la prima volta non ha avuto bombardamenti.
Paura della vita...
Paura della morte...
Paura di chi si incontra...
Paura di chi se ne va per sempre...
Eppure abbiamo dato una corona a questo RE a forma di virus.
Ci governa...
Ci comanda...
Ci ammazza...
Ci seppellisce...
Magari rimarrà ancora tutto l'inverno da trascorrere a tremare, un inverno da scaldare, da far passare col Natale prima e col Capodanno dopo, con l'Epifania e il San Valentino, il rosso e il giallo delle foglie cadute e il bianco coprente della neve cadente, ma la primavera arriverà per tutti, statene pur certi.
Tornerà a fare da copertina a un' estate che di certo ci farà rimanere abbracciati per sempre, emozionati e stanchi, più poveri in banca e più ricchi nel cuore, e saremo vivi, senza tubi e senza bombole, senza terapie e medici esausti.
Quel RE perderà il suo trono e la nostra REGINA governerà sovrana in nome di una rivincita che chiameremo libertà.




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giovedì 5 novembre 2020

Sapete cosa ci ha insegnato questa pandemia?
A pronunciare bene nuove parole in inglese, ad attendere con preoccupazione un nuovo D.P.C.M. e a scrivere parodie sul divano per cantarle davanti a una telecamera.
Il COVID - 19 ci ha insegnato quanto può diventare importante un lievito di birra, cosa significa spolverare prima e lavare dopo e quanto è bello avere in casa un sacco della spazzatura da andare a buttare.
Ma non finisce qui.
Pensavamo che le maschere dovessero essere usate solo a Carnevale o in sala operatoria, per fare una rapina o per arrestare qualcuno; questa guerra ci ha obbligato a sfilare tutti i giorni con la preoccupazione di aver dimenticato di indossarla, tutti persi come modelli in fila  ad attendere di entrare in un negozio, salire su un mezzo pubblico o aspettare di essere tamponati.
Questa trincea di costrizioni ci ha violentato le menti, ci ha trasformati in zombie affamati di libertà e ridotti in schiavi delle dodici ore continuative.
Titolari di attività affermate che non hanno più nulla, imprenditori di un mondo spazzato via e finito in frantumi e operai sdraiati da troppo tempo nella cassa dell'integrazione, tutti presenti al funerale di imprese fallite e uccise dalla non possibilità di ripresa.
Questo è l'insegnamento epidemiologico  più grande, quello che all'inizio tutti auspicavamo potesse servire a lamentarci meno e fare di più, a godere della vita con maggiori sorrisi e a ricordare che ne abbiamo una sola da vivere e...nulla di più.
Eccoci, tristi e invidiosi come prima, insoddisfatti e lamentosi più di prima, incazzati e vogliosi di libertà come non mai.
Già, come prima e più di prima, ma a questo punto manca un "t'amerò".
Come riusciremo a ritornare ad amare la vita se neppure un laboratorio infetto come quello in cui stiamo cercando di curarci in questo tempo non è servito ad insegnarcelo?
Quando smetteremo di farci bruciare dall'invidia, di logorarci dalla malafede e di urlare vendetta per ciò che non merita di essere recriminato?
E dove ci ritroveremo a sfilare senza mascherine tra un po' di tempo se non ci sbrighiamo a credere che il processo di accelerazione per la rinascita emotiva è decisamente più importante di quello economico?
Dietro la curva di ogni rettilineo esistono incognite che non possiamo prevedere, cambi di direzione ingestibili e perdite di aderenza pericolose.
Forse siamo ancora in tempo a decelerare per riuscire a salvare le nostre vite, non quelle alimentate da polmoni privi d'aria, ma quelle scosse dai battiti di cuori ancora bisognosi d'amore.
Buona strada a tutti.




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