sabato 28 novembre 2020

Cara pelle.
Ho pianto per diversi giorni, di notte e di nascosto, perché non riesco più a dormire.
Ho avuto un incidente, uno di quelli brutti, uno di quelli col botto.
Voglio raccontarti come mi sento, come sto vivendo queste ore e quanto mi pesa lasciarle trascorrere con il fastidio di un colpo di frusta inaspettato al collo.
Sarebbe stato meglio ricevere una pugnalata dietro la schiena: a quella siamo un po' tutti abituati.
Forse te ne parlo solamente per curarmi, per medicarmi, per accelerare quanto prima la fuoriuscita da questo senso di vuoto che mi porto dentro.
Sai bene che per anni ho studiato le dinamiche dei sinistri stradali, le cause di questi eventi e lo sviluppo dei crash test che ne conseguono.
Da allievo prima e da istruttore dopo, da formatore in aula e responsabile in pista.
Ho invitato tanti corsisti a credere nel proprio istinto, ad imparare a riconoscere il pericolo per essere in grado di evitarlo in tempo ed eventualmente affrontarlo, solo se non ci fosse proprio via d'uscita.
Riconoscere.
Evitare.
Affrontare.
La guida sicura, la guida sportiva, la guida agonistica, la guida militare.
Ho decantato al mondo di conoscere in maniera impeccabile i sistemi di sicurezza di tutte le auto, quelli attivi e quelli passivi.
Ho insegnato a tanti giovani freschi di patente ad utilizzarli con responsabilità, invitandoli ad amarli più dei cerchi in lega, dei fendinebbia e degli interni in pelle.
Per anni ho raccontato la mia passione per i motori, l'idea di aver sempre desiderato di poter lavorare dentro il loro mondo e la mia soddisfazione nel contribuire a diffondere la cultura della sicurezza stradale tra i più giovani.
Ho condito di presunzione la mia capacità di saper gestire le emozioni in pista, su strada al limite di ogni aderenza, persa o riconquistata.
Stasera però sono spento, perché questa volta è capitato a me, sono stato io il protagonista della fatalità a cui non è stata data la precedenza.
Ho tolto le chiavi da ogni quadro, perché mi sono accorto di non volere più bene a quel mondo, anzi, quasi lo odio.
Mi spaventa e non voglio che mi appartenga più.
L'altra mattina stavo soffocando respirando strani gas che sembravano polvere.
L'esplosione degli airbag ha riempito l'abitacolo della mia macchina e quando ho riaperto gli occhi ho imprecato contro ogni cosa. 
Da via Villa della Regina mi sono ritrovato a girare su corso Moncalieri, come se qualcuno mi avesse regalato un biglietto per girare attorno a me stesso dentro una giostra pericolosa.
Non vedevo più piazza Vittorio, ma la Gran Madre, con le sue luci accese a rappresentare un presepe dentro cui era difficile individuare qualsiasi grotta.
Non ricordo più nulla, solo tutti i semafori spenti.
Il tram alla mia sinistra e poi il vuoto: una Volvo, un proiettile che fino a qualche istante prima che mi colpisse in pieno, consideravo la prossima macchina da acquistare, perché più sicura e tosta di tutte le altre.
Il campanello del 13 che suonava, quasi a volermi avvisare che quell'astronave venuta dal nulla non avrebbe fatto più in tempo ad arrestarsi.
La mia Juke aveva due mesi, era una lattante coccolata e gelosamente custodita.
Un sogno ancora da pagare, un desiderio da portare in giro per il mondo, una favola nuova da scrivere dopo che la vita mi aveva quasi obbligato a privarmi di una regina più grande troppo proibitiva da gestire.
Cara pelle.
Era arrivata lei a farmi sorridere.
Per lei avevo rinunciato alla coccinella nera che ha accompagnato i cinquant'anni di matrimonio di mamma e papà quest'estate.
Per lei avevo aperto l'ennesimo finanziamento per rasserenare la convinzione di essermi meritato ormai, dopo tanto tempo, una macchina nuova.
Per lei avevo ordinato ogni angolo del garage per vederla dormire serena senza che rischiasse di essere disturbata dai miei motorini.
Buio, silenzio e lampeggianti.
Non è rimasto nulla dell'altra mattina.
Stavo andando a lavorare; non mi era mai capitato di dover comunicare di essere impossibilitato a raggiungere l'ufficio a causa di un incidente stradale.
La mia reperibilità mi imponeva di riconsegnare le chiavi.
Chiamo Massimiliano.
Arriva dopo poco e mi sussurra che gli dispiace e che la cosa più importante è che io sia in piedi fuori da quella ferraglia.
Avevamo comprato la macchina nuova praticamente insieme, qualche settimana prima.
Ci prendevamo in giro tutti i giorni.
La tua non ha questo, la mia invece ce l'ha.
Tu l'hai pagata troppo, io ho fatto l'affare.
Tu sei un minchione, io sono più furbo.
Con gli occhi ho guardato il mio migliore amico; non ci siamo detti nulla di più, ma tenerlo lì accanto a me anche solo il tempo necessario per riconsegnargli quel mazzo di chiavi, mi ha fatto tornare a vivere.
Odio il mondo ingiusto, la sfiga infame, la malattia inaspettata, il carro attrezzi che si è portato via il mio finanziamento compreso di interessi.
Come farò adesso?
Una vigilessa carina e premurosa mi faceva domande, io le davo risposte confuse.
Assicurazione mia.
Assicurazione sua.
Il conducente di quella Volvo era un uomo silenzioso.
Non parlava, non si agitava, non si scomponeva; trafficava vicino al suo motore come se stesse ricomponendo per intero un enorme LEGO. 
Sotto shock io.
Sotto shock lui.
Al CTO con Pietro e Gianni, per evitare il covid, per farmi lastrare in ogni angolo del corpo, per riabbracciare Eleonora arrivata da Chieri per sorridermi ancora.
Si fotta questa vita: non è cosi che doveva andare.
Magari non mi pagheranno neppure, mi riconosceranno quel 50% di responsabilità politica che oggi è abitudine decretare quando tutti pretendono la ragione.
Non ho più voglia di sorridere: lasciatemi solo.
Cara anima.
ora ho smesso di piangere e la notte riesco a riposare di più.
Sono sereno e tanto felice di stare a questo mondo.
Non mi sento più costretto a respirare i gas fastidiosi rilasciati dagli airbag e non devo neanche più sforzarmi di scalciare verso gli sportelli bloccati e deformati dagli urti.
Abbraccio Eleonora al mattino e, dopo averlo fatto, scendo con le mie gambe per andare in cucina a preparare la colazione.
Riapro gli occhi e riconosco le mie ali, non più confuse e disordinate tra le luci della Gran Madre.
Posso alzarmi dal divano mentre sto leggendo il mio nuovo libro sulle mafie e posso avvicinarmi alla porta di casa per andare incontro ai miei figli ,abbracciarli prima di trascorre un altro weekend insieme a loro.
Samuel e Christian sono felici di potere ancora chiamarmi NASO.
A distanza di qualche giorno posso riabbracciare la tua bellezza, posso riconoscerti come pura e sincera negli occhi di Massimiliano, di Pietro, di Gianni, di tutti i colleghi che mi hanno scritto per sapere come stavo, ed anche di quelli che non l'hanno fatto per paura di disturbare.
Cara anima.
Oltre a chiedermi come stessi, sai qual è la cosa che più di ogni altra mi hanno domandato tutti coloro che hanno saputo dell'incidente?
Se fossi stato io a causarlo, da quale parte si nascondesse la ragione e che cosa ho deciso di concludere con il mio avvocato.
A distanza di pochi giorni ho capito che le auto e la guida sono e rimarranno splendide compagne di viaggio, ma non varranno mai quanto chi mi vive intorno.
Le passioni sono fertilizzante per l'esistenza di ogni uomo, ma a cosa servirebbe arricchirsi di tanto concime se tutti perdessimo la vita in un batter d'occhio?
Riconoscere di essere stato fortunato.
Evitare di commiserarsi per ciò che è andato perduto.
Affrontare tutto con ottimismo, perché non ci sarà nessuna frattura da saldare e nessuna sedia a rotelle su cui sedersi.
Carlo, mio cugino acquisito nonché preposto a guarire la mia Nissan, vedendo la macchina dopo l'incidente mi ha detto che ancora oggi non riesce a spiegarsi come ho fatto ad uscire senza un osso rotto da quell'abitacolo.
La verità è che c'è voluto qualche giorno, ma ho capito che tra quelle luci della Gran Madre la grotta di Betlemme c'era eccome, ma la mia immatura presunzione ed il mio materiale egoismo non mi hanno aiutato a riconoscerla da subito.
Quest'anno sarà un Natale decisamente diverso, un Natale in cui ogni pastore porterà la mascherina ed ogni Re Magio non avrà granché da offrire a Gesù bambino.
Ci sarà un distanziamento tra quelle luci, in nome di una sicurezza che ogni uomo dovrebbe conquistare prima e custodire dopo, per essere sempre pronto a sorridere e a ringraziare il cielo per essere vivo e fortunato di godere delle cose belle.
Ci saranno cause da vincere, forse da perdere ingiustamente, finanziamenti da estinguere, forse da sottoscrivere ancora, notti insonni da scrivere, forse da condividere per ricominciare a vivere, ma nulla potrà mai spegnere l'entusiasmo di poter continuare a tenere accesa la luce della nostra esistenza.
In piedi, magari più poveri di pelle ma più ricchi di te, anima bella, anima dolce, anima irraggiungibile che oggi ho tanta voglia di amare.
Grazie al cielo sono vivo, illeso e pensieroso, ma decisamente più innamorato di prima della vita e delle mie passioni. 




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sabato 21 novembre 2020

Qui c'è nebbia e tutto parla d'autunno, i colori, le temperature e i profumi.
Il silenzio che c'è per strada incute un po' di paura; è come se ognuno si fosse rinchiuso tra le proprie mura a causa di una guerra che per la prima volta non ha avuto bombardamenti.
Paura della vita...
Paura della morte...
Paura di chi si incontra...
Paura di chi se ne va per sempre...
Eppure abbiamo dato una corona a questo RE a forma di virus.
Ci governa...
Ci comanda...
Ci ammazza...
Ci seppellisce...
Magari rimarrà ancora tutto l'inverno da trascorrere a tremare, un inverno da scaldare, da far passare col Natale prima e col Capodanno dopo, con l'Epifania e il San Valentino, il rosso e il giallo delle foglie cadute e il bianco coprente della neve cadente, ma la primavera arriverà per tutti, statene pur certi.
Tornerà a fare da copertina a un' estate che di certo ci farà rimanere abbracciati per sempre, emozionati e stanchi, più poveri in banca e più ricchi nel cuore, e saremo vivi, senza tubi e senza bombole, senza terapie e medici esausti.
Quel RE perderà il suo trono e la nostra REGINA governerà sovrana in nome di una rivincita che chiameremo libertà.




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giovedì 5 novembre 2020

Sapete cosa ci ha insegnato questa pandemia?
A pronunciare bene nuove parole in inglese, ad attendere con preoccupazione un nuovo D.P.C.M. e a scrivere parodie sul divano per cantarle davanti a una telecamera.
Il COVID - 19 ci ha insegnato quanto può diventare importante un lievito di birra, cosa significa spolverare prima e lavare dopo e quanto è bello avere in casa un sacco della spazzatura da andare a buttare.
Ma non finisce qui.
Pensavamo che le maschere dovessero essere usate solo a Carnevale o in sala operatoria, per fare una rapina o per arrestare qualcuno; questa guerra ci ha obbligato a sfilare tutti i giorni con la preoccupazione di aver dimenticato di indossarla, tutti persi come modelli in fila  ad attendere di entrare in un negozio, salire su un mezzo pubblico o aspettare di essere tamponati.
Questa trincea di costrizioni ci ha violentato le menti, ci ha trasformati in zombie affamati di libertà e ridotti in schiavi delle dodici ore continuative.
Titolari di attività affermate che non hanno più nulla, imprenditori di un mondo spazzato via e finito in frantumi e operai sdraiati da troppo tempo nella cassa dell'integrazione, tutti presenti al funerale di imprese fallite e uccise dalla non possibilità di ripresa.
Questo è l'insegnamento epidemiologico  più grande, quello che all'inizio tutti auspicavamo potesse servire a lamentarci meno e fare di più, a godere della vita con maggiori sorrisi e a ricordare che ne abbiamo una sola da vivere e...nulla di più.
Eccoci, tristi e invidiosi come prima, insoddisfatti e lamentosi più di prima, incazzati e vogliosi di libertà come non mai.
Già, come prima e più di prima, ma a questo punto manca un "t'amerò".
Come riusciremo a ritornare ad amare la vita se neppure un laboratorio infetto come quello in cui stiamo cercando di curarci in questo tempo non è servito ad insegnarcelo?
Quando smetteremo di farci bruciare dall'invidia, di logorarci dalla malafede e di urlare vendetta per ciò che non merita di essere recriminato?
E dove ci ritroveremo a sfilare senza mascherine tra un po' di tempo se non ci sbrighiamo a credere che il processo di accelerazione per la rinascita emotiva è decisamente più importante di quello economico?
Dietro la curva di ogni rettilineo esistono incognite che non possiamo prevedere, cambi di direzione ingestibili e perdite di aderenza pericolose.
Forse siamo ancora in tempo a decelerare per riuscire a salvare le nostre vite, non quelle alimentate da polmoni privi d'aria, ma quelle scosse dai battiti di cuori ancora bisognosi d'amore.
Buona strada a tutti.




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sabato 31 ottobre 2020

Avete mai osservato in silenzio un campo appena arato?
È apparentemente inutile, spoglio di senso e brutto da guardare.
Un terreno senza grano, privo di alberi e abbandonato dagli ortaggi non richiama l'attenzione di nessuno; non profuma, non colora, non riscalda.
Il suo piattume infastidisce; nella sua nudità trasmette rabbia e alimenta speranza: dentro l'estasi di una prospettiva futura, diventerà diverso se lo si immagina con gli occhi chiusi.
Grano alto, alberi fioriti, sinfonie suonate dal vento e foglie colorate dal tempo, musicanti piantati dentro il terreno della rinascita a raccontare il cambio delle stagioni che tutto rendono infinito.
Quando mi fermo e osservo un campo appena arato, mi capita d'immaginare le delusioni degli uomini, le loro stagioni buie, quelle fatte di solitudine, di tradimento e di sconfitta; riscopro il silenzio, l'esigenza del non voler pensare, il dolore dell'"ormai è fatta" e il riconoscimento della disfatta.
Tra i confini delle proprietà che ci stampiamo negli occhi, non si inquadrano più le cornici dell'esperienza trascorsa, l'aver imparato da ciò che si è sbagliato mescolato alla ricerca della buona volontà che ci mettiamo per non sbagliare più.
Le prospettive allontanano e i pensieri logorano: il sole che scalda le particelle dell'arido ha le sembianze di un mostro che punta il dito e rinfaccia ciò che sei, rimproverando ciò che saresti potuto diventare.
Capita però che quando tutto sembra compiuto, un fiore spunta dal nulla, solitario e smarrito, mansueto e inaspettato, privo di forze ma desideroso di crescere.
In lontananza arrivano i colori, dentro un futuro da riprendersi; nel mezzo alberi, rami, foglie e suoni.
Confini, profumi, umidità e voci, voci, voci, di chi osserva e applaude, di chi coltiva e raccoglie, di chi si stupisce e gioisce.
La nostra forza ridona vita, il nostro coraggio riaccende il cuore e la nostra sofferenza rianima i sensi.
Diventiamo frutta da condividere, grano da impastare e fiori da raccogliere, sorrisi gratuiti per chi osserva, abbracci stretti per chi resta immobile e parole sincere per chi ha voglia di riascoltare.
Il dolore è annientato, il piattume si trasforma, la solitudine diventa ricordo.
Ogni uomo è terreno fertile, ogni invidia può tramutarsi in risorsa e ogni sconfitta deve necessariamente prevedere una vittoria.
Non lo volevamo, eppure lo abbiamo fatto.
Non lo immaginavamo, eppure ci hanno visto.
Non ce lo aspettavamo, eppure è arrivato.
Il dolore lascia il posto alla rinascita che tutto annienta ma tutto alimenta.
Il lavoro trasforma il vuoto in ricchezza.
La natura umilia gli spettatori paganti e resetta gli abitudinari scrocconi.
Rimangono i curiosi e gli apatici privi d'identità: per loro dovremo aspettare il ritorno dell'inverno per congelarli ancora una volta nei sacchetti dell'indifferenza.
A ognuno il suo terreno e per ognuno tanto concime da spargere: la vita é sì faticosa, ma che soddisfazione gustarla nella sua completezza.




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venerdì 2 ottobre 2020

È stato bello adottarti.
All'inizio ti ho scelto come ripiego, ma col tempo sei riuscita a farmi innamorare di te.
Mi hai fatto compagnia in giorni molto tristi e particolarmente difficili.
Mi hai scortato con le tue musicassette dentro mondi abitati da ricordi.
Dentro gli auricolari imposti dai codici, solo tu riuscivi a farmi ascoltare sinfonie che non mi sarei mai più immaginato di riascoltare.
Hai sorriso con me.
Hai pianto con me.
Sei partita e sei arrivata.
Sei ripartita e ritornata.
Nessuna compagna a quattro ruote è  riuscita ad emozionarmi come hai fatto tu.
Grazie davvero per non avermi mai abbandonato, mai, neppure quando ti ho riempito di benzina nonostante tu preferissi il gasolio.
Buon viaggio, Coccinella: sappi che non ti dimenticherò mai.




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Tutto porta all'uscita, ed ogni uscita prevede una porta.
Si entra per cercare di capire e si esce più confusi di quando si è entrati.
Ci si ferma prima di oltrepassare la soglia e ci si volta per evitare di affrontare sorprese.
Si abbassano maniglie infuocate pur di curiosare oltre i vetri di ogni confine e si impara ad attendere che scorrano da sole per non compromettere alcun meccanismo elettrico.
Ci sono entrate preferenziali e uscite d'emergenza, posti riservati e poltrone popolari, platee o gallerie da occupare e prati e palchetti da evitare.
Ogni vita prevede una biglietteria a cui rivolgersi per chiedere informazioni prima e pagare il conto dopo: sta a noi decidere da quale ingresso entrare e a quale spettacolo assistere, consapevoli che, quando tutto sarà finito, per uscire da quel trambusto ci sarà sicuramente un'altra porta da raggiungere oltre la quale si riaccenderanno le luci per tutti.





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mercoledì 30 settembre 2020

Eravamo piccoli e oggi non lo siamo più.
Abbiamo scelto di diventare grandi viaggiando sopra la mongolfiera del tempo, osservando dall'alto un mondo che non si è fermato mai.
Abbiamo giocato mentre mamma cucinava e papà lavorava.
Abbiamo pregato dentro chiese che mi annoiavano e ti entusiasmavano.
Abbiamo corso e rallentato, cantato e suonato, studiato ed animato.
Siamo stati prima figli, poi fratelli, infine padri; controllori e controllati, scrittori e musicisti, calciatori e nuotatori.
Ci siamo sposati e...separati: l'ho fatto io, mentre tu osservavi le tue e i miei figli preoccupandoti per loro.
Laurea e diploma, concorso e sindacato, musical e carta stampata.
Abbiamo anche litigato, quando (ovviamente) ero io dalla parte della ragione; figuriamoci se poteva essere diversamente.
Ci siamo giudicati pesantemente a vicenda, spendaccione io e tirchio tu, indebitato io e parsimonioso tu, spudorato io e razionale tu: eppure ci sei sempre stato!
Abbiamo pianto e abbiamo riso, spesso, e la diversità caratteriale si è sempre mescolata alla somiglianza nei nostri modi di fare.
Io bello e tu brutto, per gioco, per scherzo, per raccontare al mondo che rimane ancora sotto di noi che di gas da sparare dentro la nostra mongolfiera ne abbiamo ancora da vendere.




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