sabato 25 aprile 2020

Festeggiate e cantate perché siete tutti convinti di essere veramente liberi?
Certo che sì, lo siete davvero, ed è per questo che fate bene a farlo.
Vi siete svegliati e non avete più trovato l'invasore, qualcuno vi ha seppellito dove desideravate lassù in montagna e qualcun altro continuerà a riconoscere nel bel fiore che sboccerà davanti alla vostra tomba, il simbolo di una libertà prima desiderata e poi conquistata.
Festeggiate e cantate perché siete tutti convinti di essere veramente liberi?
Certo che sì, lo siete davvero, ed è per questo che fate bene a farlo.
Adesso avete regole democratiche che salvaguardano finalmente i vostri diritti, gli stessi diritti che qualcuno aveva soppresso come fossero treni per pendolari.
In effetti un po' traghettatori siete rimasti, bravi a passare da una riva all'altra di ogni fiume in piena, pur di evitare di consegnare le acque a quelli diversi da voi.
Adesso tutto è finalmente regolato dalla libertà dei pensieri e delle parole, da una giustizia apolitica che fa rispettare ogni legge e da un'economia solida che rende i popoli uguali ai governi, senza discriminazioni di sorta e capitali politici onerosi che offendono chi lavora sodo.
Festeggiate e cantate perché siete tutti convinti di essere veramente liberi?
Certo che sì, lo siete davvero, ed è per questo che fate bene a farlo.
Avete combattuto la peste nera a suon di spari, avete seppellito soldati in giacca e cravatta armati di pistole e manganelli e avete appeso a testa in giù la dittatura che opprimeva ogni vostro diritto di poter viaggiare nella direzione a voi più confacente.
Oggi accendete candele, suonate inni e cantate vittoria perché la liberazione è arrivata.
Una liberazione che meglio rispetta i diritti dei lavoratori, meglio tutela la gente onesta e meglio garantisce alla giustizia i banditi.
In effetti viviamo tutti meglio grazie a voi, popolo delle bandiere rosse ancora in grado di strumentalizzare la parola libertà, confondendo la regalità della sua onnipotenza con un passato che avete voluto venisse strappato dalle pagine dei libri di storia.
Festeggiate e cantate perché siete tutti convinti di essere veramente liberi?
Certo che sì, lo siete davvero, ed è per questo che fate bene a farlo.
Ma a questo punto è anche giusto che smettiate di lamentarvi quando tutto va a rotoli, quando nessuno paga la pena che gli è stata inflitta e quando tutto muore sotto le macerie dell'egoismo abusivo.
Imparate a rimanere in silenzio quando i governi che la "sacralità" della vostra costituzione ha disegnato, non sono in grado di reggere il peso della libertà che altri, e non certo voi, hanno conquistato credendo fermamente in quello che ricercavano.
Imparate a non lamentarvi quando la politica vestita di camicie colorate, e ben diverse da quelle nere, sfianca ogni vostro sforzo di sopravvivenza, umiliando in maniera più subdola e maliziosa gli ideali per cui altri, e non certo voi, hanno sacrificato addirittura la propria vita.
Imparate ad accogliere chi sbarca prima e violenta dopo, chi spacca vetrine per manifestare a favore di un'anarchia che ritiene lecita e chi non lavora come voi ma pretende un reddito di cittadinanza nel rispetto di quel diritto di uguaglianza che voi avete fortemente preteso.
Io oggi festeggio gli amici che si chiamano Marco, festeggio i numeri in ribasso dei morti di un'altra guerra priva di partigiani, festeggio un giorno più vicino alla mia libertà, che poi è anche la vostra.
Oggi festeggio l'eroismo degli operatori sanitari, l'emozionante disponibilità della protezione civile e la straordinaria forza di volontà di chi ha contribuito in ogni modo ad ottenere la pace durante questi bombardamenti mediatici e fisiologici.
Oggi festeggio l'ottimismo di chi dovrà rialzare le saracinesche, i sorrisi di chi ha perso molto, ma nonostante tutto ha voglia di riconquistarlo, e la doverosa speranza di voler ripartire quanto prima.
Spero di svegliarmi una di queste mattine, di non trovare più l'invasore dei giorni nostri, quello che gioca togliendo il respiro, uccide senza baionetta e finisce per umiliarti senza concedere neppure un funerale.
È questa la conquista che auspico per il mio 25 aprile, una liberazione lontana dalla storia e ben diversa da quella che oggi avete ancora voglia di cantare.





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mercoledì 22 aprile 2020

Avevo vent'anni e all'epoca anch'io portavo al collo una catenina d'oro.
Quella domenica decisi di partire da Potenza per andare a trovare a Francavilla Fontana uno dei miei colleghi di corso con cui avevo legato di più.
Si chiamava Gianluca.
Mi portò a fare un bagno nel mare di San Pietro in Bevagna, dentro un'acqua talmente bella da riuscire a ricordarla limpida e chiara ancora oggi, a distanza di decenni.
Io lo chiamavo PIZZARRONE...
Lui mi chiamava SCUPETTINO...
Qualche anno prima eravamo in forza al Reparto Mobile di Taranto ed entrambi dividevamo la camerata con l'amico rossanese Nilo, grande uomo e di grande mole.
Tutte le mattine ci svegliavamo con la sua sveglia metallica, una di quelle con dentro imprigionato un gallo che becca ogni secondo un chicco di grano.
Quanti voli ha fatto quella sveglia; Nilo la scaraventava puntualmente contro la parete della stanza tutte le mattine, ogni volta che quei campanelli in ferro ci avvisavano che l'ora dell'alzabandiera era vicina.
Eppure quel gallo non moriva mai.
Il giorno dopo era pronto a beccare nuovamente in attesa di cantare ancora.
Ci volevamo bene, nonostante il nostro lavoro spesso ci trasformava in apparenti  superuomini che si divertivano a giocare a chi era il più forte.
Io perdevo sempre, ero magro da fare schifo, ma vedere loro due farsi i dispetti, era la cosa che mi faceva spaccare di più in quegli anni trascorsi lontano da casa; anni in cui tutto sembrava difficile, per cui tutto era apparentemente "sacrificio" e dentro cui tutti cercavamo di ammazzare il tempo in attesa di ritornare a vivere quanto prima nelle nostre città d'origine.
Oggi pagherei per riavere quegli anni, e sono certo che con me si indebiterebbero  anche Gianluca e Nilo.
Oggi, dove tutto sembra difficile, tutto è "sacrificio" non più apparente e per cui tutto va vissuto alla giornata senza sapere ciò che il futuro potrà riservarci.
La storia si ripete, e forse si ripeterà, con l'unica differenza che a nessuno mancheranno questi giorni; nessuno dirà mai che questi sono stati gli anni più belli della propria esistenza ed è certo che nessuno vorrà immaginare di riviverli per il solo desiderio di sperimentare nuovamente le emozioni messe a dura prova in questi mesi.
Una volta tanto il passato ha asfaltato il presente.
Ci sarà un futuro da ricostruire, ma se sulla tavolozza da disegno riusciremo a mettere i colori di quel mare pugliese che circa trenta anni fa mi presentò PIZZARRONE, sono certo che lo spettacolo che ne verrà fuori sarà meritevole di essere ancora messo in scena, senza guanti e coi volti scoperti.





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martedì 21 aprile 2020

Era una sera di metà luglio, inevitabilmente calda, e lo eravamo ancora di più noi due, avvinghiati su un lettino da spiaggia che, nonostante fosse rigido e stretto, a me sembrava una nuvola: a noi sembrava una nuvola.
La cornice che disegnavano quei lettini disposti intorno alla piscina era disabitata, ed il villaggio si apprestava a spegnersi ormai, come ogni sera.
Soltanto il piano bar a pochi metri da noi sopravviveva ancora alla notte; aveva un repertorio piuttosto antico ed io e lei non riuscivamo a trattenerci dal ridere per la canizie di quei brani così lontani da noi.
Noi, che, ironia della sorte, ci eravamo conosciuti anche grazie alla musica.
Aveva un anno in più di me e mi aveva fatto credere di conoscere i Subsonica.
Ne rimasi ammaliato.
Loro erano sempre stati per me come Bonnie per Clyde, quindi non potevo non avere un occhio di riguardo per quella piacevolissima sorpresa di mezza estate.
La sua estrema sensibilità e i suoi occhi felini fecero il resto.
Quegli occhi che mi avevano fatto innamorare erano però carichi di pioggia quella sera. Ansimava tra le mie braccia sempre più veemente e notavo che da un po' era rimasta incantata a fissare il cielo. 
- Cos'hai?
- La senti questa canzone?
- Si, anche se credevo che Renato Zero avesse smesso di fare musica...
- Sta' zitto, non rovinare il momento: per una volta che mettono qualcosa di decente?
- Scherzi? Fino a ieri ti piacevano i Subsonica!
- "I migliori anni della nostra vita: stringimi forte che nessuna notte è infinita"...capisci?
In quel momento ebbe un fremito e i suoi occhi brillarono alla luce della luna e della stelle. Mi attraversò una scossa e sussultai anch'io, mentre anche i miei occhi cominciarono ad essere dighe troppo basse per quel mare di emozioni.
Entrambi sapevamo che sarebbe potuta essere l'ultima sera insieme, l'ultima canzone, l'ultimo interminabile abbraccio.
Eravamo due pianeti così lontani, destinati a non incrociare forse mai più le loro orbite.
Savoia io e Borbone lei.
D'estate non ci si dovrebbe mai affezionare ma quel bastardo di Cupido non va mai in vacanza, si sa.
- Abbracciami forte, che forse Renato ha un po' di ragione...
Rise, e si strinse al mio petto, mentre sentivo la maglietta che s'inumidiva in corrispondenza dei suoi occhi.
Scoppiai anch'io.
Un abbraccio lungo la durata di una notte.
Quella notte che, in fondo, speravamo non finisse mai.
Samuel





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domenica 19 aprile 2020

Lasciatevi infettare dalle passioni.
Sono il motore di ogni cosa, la terapia intensiva permanente e l'ossigeno per l'anima più duraturo.
Un'altra domenica sta tramontando, un'altra settimana delle nostre vite non tornerà mai più.
Non resterà nulla dei giorni che stanno trascorrendo se non saremo in grado di riempirli di benzina.
Per adesso è giusto lasciarli parcheggiati dentro i garage ordinati delle nostre case, coscienti che presto torneranno a riprendere forma sulle strade profumate delle colline in fiore che ci circondano. Giorni volanti come le VESPE e ore liete come tanti CIAO, in attesa che appena qualcuno avrà voglia di fare il BRAVO per riabbracciarci, l'unica cosa che tutti risponderemo sarà di certo un gran bel SÌ.




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giovedì 16 aprile 2020

Le nostre menti sono state messe a dura prova da una penitenza che ci ha dato il destino.
Siamo rimasti fuori dal confessionale, ma nonostante tutto abbiamo esternato ogni peccato raccontandolo alle nostre coscienze.
Ci siamo ritrovati in ginocchio, esausti e bisognosi di assoluzione, in lacrime e privi di speranza, morti in attesa di tornare a respirare.
Qualcuno si è aggrappato a un crocifisso lontano da ogni trincea, qualcun altro a una scrivania di un reparto Covid.
C'è chi si è ammalato nel tentativo di salvare vite umane, chi invece si sta ammalando a causa della propria solitudine interiore che oramai ha raggiunto ogni lecita tolleranza.
È inutile cercare ulteriori spiegazioni; l'uomo non è più in grado di stare da solo, non ha più la capacità di gestire il suo tempo lontano dai suoi simili e non è per nulla interessato ad investire il suo silenzio in azioni che potrebbero arricchirlo.
Vogliamo crocifiggere tutti disinteressandoci delle giustificazioni evidenziate da ognuno di loro sopra le autocertificazioni debitamente compilate?
Insegnanti che riabbraccerebbero i propri studenti e studenti che riabbraccerebbero i propri insegnanti: assolti.
Operai che sognano le catene di montaggio e ristoratori che vorrebbero riaprire le cucine dei ristoranti: assolti.
Piccoli e medi imprenditori vogliosi di ripartire e zombie dello smart working pronti a ritornare in ufficio: assolti.
Agricoltori, falegnami, meccanici e carrozzieri, dipendenti pubblici e privati, precari e indeterminati, schiavi del reddito di cittadinanza e furbetti del nero oramai legalizzato: assolti, assolti, tutti assolti.
Perché?
Perché non se ne può più, perché la stanchezza psicologica che sta spegnendo le nostre giornate è troppo innaturale per essere condivisa e perché questa storia di dover rimanere a casa, per quanto giusta, ha bisogno di una progettualità che "assicuri" una ripartenza. 
Qui, invece, si combattono guerre nuove armati di MES ed EUROBOND, mentre il mondo piange le numerose anime che se ne sono andate via senza neppure un funerale.
Basta, inventatevi qualcosa, ma ridateci la nostra vita, perché se andremo avanti così ancora per parecchio tempo, moriremo tutti comunque, se non di CORONAVIRUS, a causa dell'obbligo di non poter vivere come ogni anima merita.
Se è vero che è il lavoro a nobilitare l'uomo, che l'uomo ricominci a nobilitare il lavoro.
Con le dovute precauzioni è giunto il momento di tornare a farlo.




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mercoledì 15 aprile 2020

Mi affaccio alla finestra e vedo la stessa immagine da giorni.
Giorni che passano con poche virgole di differenza l'uno dall'altro, reiterati come losanghe, in una cornice di un tempio greco.
Ripenso alla Grecia, un anno fa, in viaggio d'istruzione mentre da più di un mese non viaggio più nei suoi occhi e il viaggio mancato è distruzione.
Atene e il Partenone: silenziosi giganti di un passato che vince su un presente non all'altezza.
E quando il presente non è all'altezza del passato che facciamo?
Pensiamo positivamente al futuro, cercando di costruirlo con solide fondamenta?
Macché: scappiamo nei ricordi.
Lo sto facendo anch'io adesso, con la Grecia.
La città più bella del mondo classico vittima del suo stesso narcisismo, rinchiusa nel passato più fiorente della sua storia, come se tutto quello splendore potesse sfiorire da un momento all'altro.
Per questo le lancette hanno smesso di muoversi laggiù, come quaggiù, in questo momento: da più di un mese ormai il mondo è fermo e la scena fuori dalle case, per le strade, è sempre la stessa.
Un immobile caos.
Nessuno vede più nessuno se non da schermi, freddi e traditori.
Un volto non si può circoscrivere a quattro mura virtuali.
Ha un profumo, una luce, un sapore tutto suo ed evidentemente uno schermo si limita ad un'alternanza di luci ed ombre che ci sembrano volti di persone ma non sono altro che cristalli liquidi.
L'impressione è quella di essere rinchiusi in un film.
Un film che nessuno degli spettatori credeva così lungo e drammatico.
È tanto realistico da averci catturato, rinchiusi dentro di lui.
Siamo diventati così tutti protagonisti e artefici del nostro destino.
Incredibile no?
Non sappiamo quando ne usciremo ma tutti abbiamo paura.
Paura di rimanere rinchiusi lì, per sempre.
Ma finirà anche questo, come tutti i precedenti.
Ne usciremo cambiati?
Mah.
Sa tanto di domanda a metà tra la retorica e il dubbio amletico.
Sicuramente quando saremo fuori potremo attraversare i ponti dei nostri sguardi dopo tanto tempo e tuffarci di nuovo l'uno nell'altro.
Voli pindarici.
Da occhio a occhio, da mano a mano, da bocca a bocca: si, come la respirazione, ciò che mi manca più di te.
Senza mi sento soffocare, e non è un sintomo del virus che ha tolto per sempre il fiato a molti spettatori di questa catastrofe di film: è il tuo άνεμος, che era anche un po'il mio.
Mi manchi e sei la prima persona che vorrei abbracciare quando ci saranno i titoli di coda.
E respirarti di nuovo, come prima.
Samuel




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lunedì 13 aprile 2020

Trascorro la maggior parte delle ore che compongono queste giornate, osservando una strada e fumando foglie di tabacco essiccate.
Non vedo passare nessuno, qualche automobile, qualche ambulanza, qualche anima solitaria alla ricerca della sua libertà.
Dormo poco e mangio tanto, leggo poco e scrivo tanto.
Costruisco panchine in pallet e pianto gerani nuovi.
Canto testi di parodie che prima compongo con Eleonora e dopo suono  con la chitarra.
Pulisco, lavo, mi prendo cura di ICE, di me, di lei, della mia casa, del mio garage, della mia cantina.
A giorni alterni lavoro e quando non lavoro guardo il telegiornale.
Quando finisce il telegiornale "La casa di carta" e quando finisce la "La casa di carta", stampo banconote di pensieri che mi accomunano ad un mondo ferito che come me non riesce a guarire dalla monotonia di questa vita imposta e lucchettata.
Per quanto tempo ancora durerà questo calvario?
La Pasqua è già finita ma della luce io non ho visto neppure l'ombra; a quanto pare la resurrezione che tutti aspettavamo è ancora ferma alla Quaresima.
Quante bugie...
Quante statistiche falsate...
Quante verità nascoste da scoprire...
Mi addormento sempre con un bacio e al mio risveglio me ne ritrovo puntualmente due: forse è questa la resurrezione che tutti non avremmo dovuto aspettare per così tanto tempo.
Quando tutto questo sarà finito, forse saremo la luce che volevamo, il sole inaspettato o la pioggia dovuta.
Quando tutto questo sarà finito, forse saremo uomini meno soli, capaci di abbracciare anche il nostro peggior nemico.
Quando tutto questo sarà finito, forse torneremo ad essere quello che eravamo, ma di certo saremo più vecchi di qualche mese passato a sperare di venirne fuori.
Mesi lenti che non dimenticheremo, giorni fragili che resteranno per sempre, ore troppo lunghe per riflettere e secondi troppo brevi per lasciarli andare.
Chiudo gli occhi e mi mancano i ragazzi.
Il tempo che ho sprecato rimanendo recluso in casa invece che come uomo libero da loro, sarà la sola triste rinuncia a cui avrò dovuto obbedire controvoglia, quella che nessuno potrà mai restituirmi: notte a tutti.




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domenica 12 aprile 2020

Chi avrebbe mai immaginato che dentro l'uovo pasquale quest'anno avremmo trovato una bella corona di spine?
Questa è la Pasqua che non ci aspettavamo, una domenica di festa conficcata dentro un periodo assemblato da quarantene obbligatorie e smart working inadatti.
Questa è la Pasqua che nessuno avrebbe mai pensato, il giorno di festa maggiormente emblematico per riunirsi a tavola e festeggiare a meno di un metro, trasformato in un giorno qualunque da trascorrere da soli e senza scambi di abbracci.
Questa è la Pasqua che ricorderemo più di ogni altra Pasqua, perché la resurrezione che ci hanno sempre raccontato dal giorno in cui Cristo è uscito da quel sepolcro fino ad arrivare ai giorni nostri, quest'anno avrà una luce diversa, meno abbagliante ed eccezionalmente surreale.
L'abbiamo trattenuta in coda ad ogni cosa, davanti si supermercati, alle farmacie e alle ferramenta, armati di autocertificazioni in bianco custodite nelle nostre tasche.
Al posto delle uova di cioccolato siamo andati alla ricerca di mascherine di ogni tipo, ed invece delle colombe decorate siamo rimasti in attesa di tamponi che non sono mai arrivati.
Abbiamo convertito le quattordici stazioni della Via Crucis verso il Golgota in esequie fatte di cerimonie veloci e solitarie al posto dei funerali.
Abbiamo dimenticato le automobili lussuose adattate per trasportare i nostri cari al camposanto in cortei funebri organizzati con i camion dell'esercito.
Abbiamo smesso di riempire le nostre case e i ristoranti accontentandoci delle persone più intime, senza poter allargare gli inviti per il pranzo di oggi a nessuno dei nostri familiari o amici più cari.
Questa forse era la Pasqua che meritavamo per diventare migliori, una passione vera vissuta dentro un presepe vivente lontano dal Natale in cui tutti siamo stati chiamati a recitare la nostra parte.
Non rimaniamo indifferenti a questa giornata, al modo in cui trascorrerà, al clima inverosimile che riempirà tutti i suoi attimi e al silenzio visionario che calmerà il vuoto dei troppi pensieri che abbiamo già fatto.
Siamo tutti stanchi di questa guerra che ci ha portato via la libertà di grigliare con la vita, costringendoci a friggere piatti precotti insipidi e velenosi con cui abbiamo cominciato a respirare male o addirittura a smettere di farlo del tutto.
Che festa sia, tra il dolore di chi ha perso la vita, con le lacrime di chi non ha neppure potuto vederla andar via e nella voglia di ricominciare quanto prima a vivere ogni giorno che verrà come se fosse sempre Pasqua, quella vera.
Auguri sinceri a tutti i discepoli di Meraklìdikos.




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venerdì 10 aprile 2020

Ieri sera qualcuno ha lavato i piedi al mondo, eppure è stato tradito dalle stesse persone che gli hanno concesso di farlo.
Oggi qualcuno verrà giustiziato nonostante innocente, eppure quella sentenza poteva essere evitata se il mondo avesse implorato la sua liberazione anziché la sua condanna.
Domani qualcuno piangerà una morte certa; sarà una morte simile alle tante dei giorni nostri, priva di funerale e rinchiusa dentro un dolore che non potrà neppure essere alleviato da un ultimo saluto.
La domenica arriverà per chi inutilmente avrà atteso la resurrezione, ma quest'anno da quel sepolcro non uscirà nessuno, perché anche quell'uomo sarà obbligato a rimanere a casa.
Chissà, forse sarà la volta buona grazie alla quale il mondo riuscirà a capire che il Cristo Risorto non è nelle favole, ma dentro ognuno di noi, negli sguardi pieni dolore che ci scambiamo in questi giorni, nelle preoccupazioni lecite di chi sta perdendo il lavoro per sempre e nella disfatta totale di un mondo che, nonostante oggi si stia riscoprendo carnefice di se stesso, ha ancora tanta voglia di sentirsi figlio di una sola e grande comunità, al di là di ogni distanza.
L'epidemia come il Golgota ed il desiderio che tutto andrà bene come la Resurrezione.
Io vado a farmi una passeggiata coi miei pensieri: per quelli non servono autocertificazioni.
Siete impegnati, ne sono certo, ma semmai vi avanzasse un po' di tempo, fatevela anche voi.



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giovedì 9 aprile 2020

Ti ho dedicato un pensiero, ma sappi che non riceverai nient'altro da me.
Non sono uno di quelli che guardi affascinata tanto per il gusto di guardare, mi conosci.
Credi di fregarmi ogni volta con quei tuoi occhioni planetari che brillano e illuminano la ragione dei miei pensieri, ma questa volta ho fatto tutto da solo e l'ho fatto solo per te.
Ho assorbito gli oceani della mia mente per poterli nebulizzare e quindi gettare su una parete di vetro, come macchie di colore di un pittore astrattista su una tela pulita.
Ho pensato a tutto questo ed ho pensato a te, perché sei l'unica che ha il potere di entrare nel mio mondo e di far sbocciare fiori bellissimi che prima del tuo passaggio erano soltanto astrazioni a forma di bocciolo.
In fondo cosa significa pensare se non dare forma alle idee, plasmarle come sabbia bagnata e crearsi un mondo inevitabilmente unico ed inevitabilmente proprio?
La mente è l'unico luogo in cui il volo non rappresenta un pericolo poiché ogni caduta sarà solo il principio di un nuovo viaggio, quindi vola, vola e lascia che la tua sconfinata fantasia ti trasporti lontano, che a volte questi banchi di scuola sono solo dei recinti bucherellati.
Ti ho dedicato un pensiero.
Spero ti piacerà.
                                                                                                                                   Samuel 





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Bastardo e infame COVID - 19.
Non sei guerra.
Non sei tornado.
Non sei tsunami.
Non sei terremoto.
Sei ciò che non conoscevamo e oggi odiamo più di qualsiasi altro errore voluto o non voluto dagli uomini, da ogni fatalità prevedibile o inaspettata della natura.
Hai un nome che spaventa, ma noi ti distruggeremo, guariremo presto dentro e fuori, torneremo a respirare a pieni polmoni e quello che eravamo non sarà più, ma quello che diventeremo resterà per sempre.
Abbiamo accettato la sfida.
Ci sarà un giorno in cui scriveremo sui social un "correva l'anno 2020 in cui tutti (o quasi tutti) eravamo rinchiusi in casa ad aspettare che finisse un'epidemia che aveva colto tutti impreparati".
Abbiamo accettato la sfida, visto?
Oggi più che mai i nostri volti più giovani e i nostri sorrisi spensierati riesumati da vecchi album fotografici impolverati di cui avevamo dimenticato persino l'esistenza, non fanno che incrementare la voglia disperata di crederci, ancora, con forza.
Siamo uomini vogliosi di vita e non virus destinati a morire.
Ci spiace per te ma vinceremo noi!




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lunedì 6 aprile 2020

Fermarsi ai box quando si ha paura di non riuscire a raggiungere il traguardo e rifornire il serbatoio dei pensieri oramai in riserva per riportare l’ottimismo di fine gara a pressione corretta.
Nel gran premio della vita non esistono perdite di tempo.
#unanottealcentralino





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