sabato 18 gennaio 2020

Mi sono chiesto da sempre perché i bagnini rimangano spesso in silenzio assopiti dal bisbiglio del mare, e la sola e certa ragionevole conclusione che giustifica l'estasi che trasmettono a chi li osserva, non può che trovare risposta nel fatto che dalle loro torrette riescono a vedere il paradiso.
Viaggiamo come profughi di noi stessi fingendo di non sapere che esiste una frontiera tra il mare che vediamo e il cielo che sogniamo, come esiste un confine tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo veramente: è questa l'essenza del vivere.
Siamo cataste di libri aperti, cotti e bruciati sotto gli ombrelloni allineati e disturbati dal vento; galleggiamo come boe ordinate e silenziose nella quiete precaria degli istanti che viviamo, come puntini sospensivi che attendono di concludere ogni periodo.
Il mare è simile a quello che scriviamo tutti i giorni, in cui ogni alba ne intitola i capitoli e ogni tramonto ne conclude le pagine.
Capita quasi sempre di osservarlo dalla spiaggia, dentro quel suo maestoso ed interminabile senso d'infinito che accarezza il cuore: è come ascoltare una sinfonia mai suonata, in quanto la non regolare costanza del tempo che conclude strofe e ritornelli sul bagnasciuga, rende unica e rara ogni nota incisa sul pentagramma che la racconta.
Poi entriamo in acqua cercando una frescura che porta i nostri corpi a trovare un po' di sollievo; ci voltiamo lasciandoci dietro tutto quell'azzurro scaldato dal sole che sentiamo picchiare sulle nostre schiene coperte da ali che vorrebbero battere e prendere il volo per non fermarsi mai più.
Il senso di libertà che proviamo è la storia di una vita in cui ogni cosa va goduta disinteressandosi della condizione attuale: bagnanti o spiaggiati siamo sempre vivi, e il respiro silenzioso che lo conferma, vale quanto la grazia che terra e mare riescono a tatuare addosso.
Ad ognuno un mare in cui perdersi e per ognuno una baia sopra cui riposare, affinché il sole non abbia mai mancare per nessuno.
#unanottealcentralino






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