mercoledì 15 aprile 2020

Mi affaccio alla finestra e vedo la stessa immagine da giorni.
Giorni che passano con poche virgole di differenza l'uno dall'altro, reiterati come losanghe, in una cornice di un tempio greco.
Ripenso alla Grecia, un anno fa, in viaggio d'istruzione mentre da più di un mese non viaggio più nei suoi occhi e il viaggio mancato è distruzione.
Atene e il Partenone: silenziosi giganti di un passato che vince su un presente non all'altezza.
E quando il presente non è all'altezza del passato che facciamo?
Pensiamo positivamente al futuro, cercando di costruirlo con solide fondamenta?
Macché: scappiamo nei ricordi.
Lo sto facendo anch'io adesso, con la Grecia.
La città più bella del mondo classico vittima del suo stesso narcisismo, rinchiusa nel passato più fiorente della sua storia, come se tutto quello splendore potesse sfiorire da un momento all'altro.
Per questo le lancette hanno smesso di muoversi laggiù, come quaggiù, in questo momento: da più di un mese ormai il mondo è fermo e la scena fuori dalle case, per le strade, è sempre la stessa.
Un immobile caos.
Nessuno vede più nessuno se non da schermi, freddi e traditori.
Un volto non si può circoscrivere a quattro mura virtuali.
Ha un profumo, una luce, un sapore tutto suo ed evidentemente uno schermo si limita ad un'alternanza di luci ed ombre che ci sembrano volti di persone ma non sono altro che cristalli liquidi.
L'impressione è quella di essere rinchiusi in un film.
Un film che nessuno degli spettatori credeva così lungo e drammatico.
È tanto realistico da averci catturato, rinchiusi dentro di lui.
Siamo diventati così tutti protagonisti e artefici del nostro destino.
Incredibile no?
Non sappiamo quando ne usciremo ma tutti abbiamo paura.
Paura di rimanere rinchiusi lì, per sempre.
Ma finirà anche questo, come tutti i precedenti.
Ne usciremo cambiati?
Mah.
Sa tanto di domanda a metà tra la retorica e il dubbio amletico.
Sicuramente quando saremo fuori potremo attraversare i ponti dei nostri sguardi dopo tanto tempo e tuffarci di nuovo l'uno nell'altro.
Voli pindarici.
Da occhio a occhio, da mano a mano, da bocca a bocca: si, come la respirazione, ciò che mi manca più di te.
Senza mi sento soffocare, e non è un sintomo del virus che ha tolto per sempre il fiato a molti spettatori di questa catastrofe di film: è il tuo άνεμος, che era anche un po'il mio.
Mi manchi e sei la prima persona che vorrei abbracciare quando ci saranno i titoli di coda.
E respirarti di nuovo, come prima.
Samuel




meraklidikos@gmail.com

2 commenti:

  1. Tutto vero,esattamente descritto.Un film che neanche il più bravo dei registi avrebbe girato.Chi immaginava che all improvviso sarebbero cambiate le nostre abitudini. Quello che mi manca è l abbraccio ed in questo momento è fondamentale. La prima persona che abbraccero sarà la mia mamma 💓 sentire il suo profumo,toccare la sua pelle che sa anche di me, guardarla negli occhi a 10 cm di distanza. Spero finisca subito...arrivo mamma ho bisogno di ossigeno ho bisogno di te. 🌸

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  2. Buon inchiostro non mente...

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